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Pubblicato in: In cucina con Ophelia

La zucca e le sue proprietà

La zucca, ortaggio di cui ci occupiamo in questo articolo, è molto versatile, conosciuto sin dall’antichità per le sue innegabili qualità. E’ ricca di betacarotene, utile per la salute di pelle e vista. Grazie alla vitamina C, aiuta la guarigione delle ferite, attenua i dolori articolari, riduce il colesterolo e lo stress.

Si raccoglie tra Ottobre e Marzo, e proprio in questo periodo si può gustare preparata in vari modi, sfruttandola al meglio. Qui ve ne presentiamo alcuni:

GNOCCHI CON ZUCCA, SPECK E GORGONZOLA

Ingredienti per 4 persone:

1 kg di patate

300g di farina 00

1 uovo

Sale fino q.b.

Semola di grano duro q.b.

Procedimento:

  1. Lessate le patate, pelatele mentre sono ancora calde e subito dopo schiacciatele sulla farina che avrete versato sulla spianatoia;
  2. Aggiungete poi l’uovo leggermente battuto insieme a un pizzico di sale e impastate il tutto fino ad ottenere un impasto morbido ma compatto;
  3. Prelevate una parte di impasto e stendetelo per ottenere dei filoni, spessi circa 2 centimetri, per farlo aiutatevi infarinando la spianatoia con della semola;
  4. Tagliate i filoncini a tocchetti e mano a mano che preparate gli gnocchi poneteli su un vassoio con un canovaccio leggermente infarinato, ben distanziati l’uno dall’altro;
  5. Lasciateli riposare all’aria una decina di minuti e poi sarete pronti per cuocerli in acqua bollente ben salata, non appena verranno a galla gli gnocchi saranno cotti e quindi pronti per essere scolati e conditi.

Ingredienti per il condimento:

Sale

Pepe

1 Cucchiaio di olio EVO

Mezza cipolla

300gr di zucca

150gr di speck

120gr di gorgonzola

In una padella grande far soffriggere la cipolla e lo speck fino a renderlo croccante, in seguito aggiungete la zucca tagliata a cubetti e fatela insaporire per pochi minuti poi aggiungete qualche cucchiaio di acqua e portate a cottura, deve diventare morbida e iniziare a disfarsi in modo da creare una crema (puoi aiutarti con l’aiuto di una forchetta).

Aggiungete gli gnocchi nella padella e fateli saltare con il sugo insieme a 2/3 cucchiai di acqua di cottura. Spegnete il fornello, unite il gorgonzola a cubetti e mantecate.

Gli gnocchi con zucca speck e gorgonzola sono pronti per essere gustati, buon appetito!

 

Elena Insalata, Linda Boudur, Elettra Fiorini, Veronica Morganti, Elisa Scardella

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Pubblicato in: Cultura e Intrattenimento, Il Caffè

Vivian Maier: una Mary Poppins con la fotocamera

È il 1956 e una donna con indosso un abito e un cappello che la ripara dal sole, si fa strada nella Chicago del tempo. È accompagnata dai bambini di cui si occupa come tata.
Fin qui potrebbe sembrare una normalissima governante che passeggia con i bambini, ma c’è molto altro. Vivian ha al collo una Rolleiflex professionale.

Con la sua fotocamera Vivian immortala bambini, uomini, donne, scene di vita quotidiana che adesso rappresentano una parte importante della street photography americana.

La figura di Vivian Maier è avvolta nel mistero. Le informazioni sulla sua vita si hanno grazie alle numerose ricerche di John Maloof. La sua scoperta avvenne per caso nel lontano 2007, quando il giovane Maloof comprò un box messo all’asta. Aveva bisogno di materiale iconografico per una ricerca sulla città di Chicago e, da un giorno all’altro, tra gli oggetti e gli abiti custoditi nel box, si ritrovò con più di 100.000 negativi. 

Iniziò a stampare alcune foto e postarle su Flickr, scatenando così l’interesse di molte persone. 

John Maloof non riuscì mai a conoscere la Maier perché la donna morì nel 2009 a 83 anni, lasciando dietro di sé un’opera di profonda e straordinaria umanità.
Vivian, pur essendo consapevole delle proprie potenzialità artistiche, sviluppò poche pellicole e il suo straordinario talento rimase celato a tutti per troppo tempo.

Dalle notizie raccolte sulla sua vita da Maloof sappiamo che nacque il 1 febbraio 1926 a New York da madre francese e padre di origine austriaca. Dopo la separazione dei genitori, avvenuta nel 1929, Vivian rimase con la madre e insieme si trasferirono a casa dell’amica e fotografa Jeanne Bertrand. Probabilmente fu proprio durante quel periodo che nacque l’interesse della piccola Vivian per la fotografia.

Trascorse la sua gioventù tra Francia e Stati Uniti e tornò negli anni 50 a New York dove
acquistò la sua Rolleiflex che si rivelerà un’insostituibile e preziosa compagna di viaggio in tutto il mondo: Nord America, Filippine, Thailandia, India, Yemen, Egitto, Italia e Francia.

La sua opera più prolifica riguarda scatti fotografici che ritraggono le strade e i quartieri difficili di Chicago e New York. Armata di fotocamera e senso dell’umorismo, con la sua goffa andatura e le camicie colorate, Vivian scattava foto alle persone che incontrava, mantenendo una certa riservatezza, grazie soprattutto al modello della fotocamera.

La Rolleiflex infatti le permetteva di scattare ad altezza della vita e le bastava guardare in basso nel mirino per visualizzare la scena. In questo modo la Maier passava più facilmente inosservata e il soggetto, non avendo una fotocamera puntata all’altezza degli occhi, non sempre si rendeva conto di essere fotografato.

Donna attenta a ciò che la circondava, era affascinata dal bizzarro e dal grottesco che è ben rappresentato nei suoi scatti. Le interessava la cronaca, in particolare gli articoli di giornale che trattavano di omicidi e di violenze.

Numerosi sono anche i suoi autoritratti. Ancor prima che nascesse la moda dei selfie, Vivian sfruttava specchi e vetrine per realizzare composizioni originali e curiose, magari un modo per lasciare un’impronta silenziosa nel mondo in cui viveva, nelle storie che raccontava.

Trascorse la vita a immortalare genuinamente i segni che la vita traccia su ogni uomo,
tenendosi in disparte e semplicemente osservando.

Attraverso le sue fotografie si può intravedere una donna che amava tutte le sfumature dell’esistenza, da quelle più macabre a quelle più ridenti.

Una donna schiva e diffidente, resa tale da un’infanzia difficile, caratterizzata dall’abbandono del padre e dal rapporto con la madre, che trovò un modo per esprimere i suoi sentimenti. Fece della fotografia il suo unico linguaggio.

Stefania Berehoi

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Pubblicato in: Attualità, La nostra scuola

Che l'avventura inizi!

Foto Stefania Berehoi

Ciao a tutti ragazzi!

In questo momento di assoluta emergenza che interessa il nostro caro Paese, noi della redazione di “EdicoLamia”, vogliamo dare voce, ora più che mai, ai nostri pensieri e alle nostre idee con l’avvio di questo sito. Questo sarà un modo per confrontarci, per continuare a mantenere quella normalità fatta di relazioni e di comunicazione… anche se a distanza, una distanza puramente fisica, ma non certo emotiva!

Non vi nascondiamo la nostra paura di poter deludere le vostre aspettative! Ci siamo comunque fatti coraggio e, proprio come una vera squadra coesa verso il proprio obbiettivo, abbiamo deciso di realizzare il nostro progetto al quale stiamo lavorando da più di un mese. Ci auguriamo che i nostri articoli possano farvi riflettere su diverse tematiche di carattere sociale, culturale ed educativo. Non mancheranno rubriche divertenti e lo spazio dedicato ai vostri commenti e ai vostri suggerimenti che saranno fondamentali per migliorare il lavoro della redazione. Il giornalino “EdicoLamia” è la voce di tutti noi… è la voce del Liceo “L. Pietrobono”!

Contiamo sulla vostra preziosa collaborazione!

La Redazione

Pubblicato in: Attualità

Ma quale liberté?

Liberté, Fraternité, Égalité è il celebre motto che ha accompagnato la Repubblica Francese sin dai tempi della sua formazione nel 1789. Se da una parte con il nome di libertà si fa riferimento alla possibilità di autodeterminarsi entro il confine rappresentato dalla libertà e dai diritti altrui, al fine di non lederli, dall’altra la fratellanza viene definita secondo il messaggio cristiano — e universalmente umano — del «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi». Ma cosa succede quando tra la Liberté, la Fraternité e l’Égalité, il termine che prevale, soverchiando gli altri due, è proprio quest’ultimo? Quando, nel tentativo di sopprimere qualsiasi differenza e tradizione, si giustifica, in nome della laicità, la becera reppressione?

Ad oggi in Francia il 10% circa della popolazione si dichiara di fede islamica, rendendo il paese la terza Nazione europea con il maggior numero di musulmani residenti, un numero che sembra essere destinato a crescere negli anni prossimi venturi: infatti, mentre il popolo autoctono è entrato in uno sterile inverno demografico per il quale ancora non è stata proposta alcuna politica di rilancio (1.4 figli per donna), l’elevata propensione alla natalità di specifiche minoranze, in primis quella musulmana (3.5 figli per donna), sta pian piano ridisegnando il panorama demografico della nazione. L’INSE ha certificato che, nel 2019, al 21.53% dei nuovi nati è stato dato, in Francia, un nome arabo, ma nel dipartimento della Senna e della Marna la percentuale sembrerebbe sfiorare la soglia del 54%.

In altre parole quello che la Francia sembra temere è una sorta di «islamizzazione» del territorio nazionale e la possibile minaccia alle proprie istituzioni Repubblicane, che si fondano in primis sul principio di separazione tra Stato e Chiesa, estraneo al mondo Islamico.

Della popolazione musulmana francese, tuttavia, soltanto una piccolissima parte può essere considerata estremista. È questa minoranza nella minoranza che sta alla base del così detto «separatismo islamista», un fenomeno che rischierebbe di minare l’unità e l’integrità territoriale della nazione per via della proliferazione di stati paralleli, i “territori perduti”, che, secondo quanto appurato dalle indagini della DGSI, sarebbero attualmente 150.

I territori perduti sono quartieri, banlieue e zone-dormitorio fuori dal controllo delle autorità locali e delle istituzioni statali, e comandate da reti più o meno informali legate al jihadismo e all’islam radicale. In queste zone la shari’a ha già sostituito le leggi civili della repubblica, tanto che la polizia cerca di pattugliarle il meno possibile.

Raissa e Momo, la coppia mista che sui social combatte con l’ironia e l’autenticità dei sentimenti il razzismo e l’islamofobia. Instagram: @mibayed, @raissarussi

È questo contesto sociale, filo teso e pronto a spezzarsi, che ha dato vita alle “Legge per i principi Repubblicani”, meglio nota come legge “contro il separatismo religioso”, sebbene questo non sia il suo nome ufficiale. Il disegno di legge, che, approvato dall’Assemblea Nazionale con 347 voti favorevoli (151 i contrari, 65 le astensioni), ora si accinge ad essere discusso in Senato, prevede una serie di provvedimenti volti a tutelare i valori Repubblicani, ma, a dire il vero, la libertà di espressione e di culto non sembrano rientrare tra questi. 

Tra le tante proposte del Project de loi confortant les res respects des principes de la Republique, formato da ben 51 articoli, spiccano le seguenti:

• Il divieto di rilascio dei certificati di verginità, con pene che prevedono multe fino ai 15 mila euro e un anno di reclusione per i medici colpevoli;

• Cambiamento degli obblighi, in ambito fiscale, per associazioni culturali e religiose: le risorse monetarie esterne saranno soggette a revisione contabile e saranno tassate le donazioni provenienti dall’estero a partire dai 10 mila euro;

• La prevenzione dei matrimoni forzati con la concessione di un ampio margine decisionale all’ufficiale addetto al matrimonio civile. Ad egli saranno conferiti poteri di “indagine” sulle motivazioni della coppia e, in caso di dubbi, avrà anche la possibilità di opporsi ufficialmente all’unione;

• Introduzione dell’obbligo scolastico per i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni, ai fini di evitare l’indottrinamento religioso; Macron avrebbe proposto anche di introdurre l’insegnamento di arabo nelle scuole;

• Divieto di soggiorno per stranieri in stato di poligamia.

A suscitare scandalo sono stati però gli articoli relativi all’ #hijabban, i quali prevedono il divieto di indossare l’hijab in pubblico se minorenni, nonché quello di accompagnare i figli in gita scolastica “ostentando” simboli religiosi.

Del resto parlare di islamofobia, nella nazione Nord Europea, non è certo cosa nuova. Sin dal 2004 le scuole Francesi, infatti, avevano vietato, in nome della laicità statale, l’uso di simboli religiosi (velo islamico, crocifisso cristiano, kippah ebraica, turbante sikh) per gli studenti, gli insegnanti e tutto il personale scolastico. Dal 2014 alcuni sindaci francesi avevano poi scelto di vietare l’utilizzo del burkini nelle spiagge facenti parte dei rispettivi territori comunali, con previsione di una sanzione amministrativa per le trasgreditrici, al fine di eliminare l’uso di un tipo di vestiario ritenuto esprimere non un libero gusto nell’abbigliamento, bensì un’idea di donna “incompatibile con la cultura ed i valori nazionali”.

Ma come potrebbero, alla luce di questi fatti, i cittadini musulmani sentirsi rappresentati ed integrati in uno stato che non rispetta né accoglie la manifestazione esteriore del proprio culto e delle proprie tradizioni? E come potrebbe una donna sentirsi accettata in uno stato che, senza comprendere realmente le motivazioni dietro le sue scelte, né volendole, in realtà, ascoltare, le riconduce arbitrariamente ad una volontà di sottomettersi all’uomo?

Un emendamento aggiunto al progetto di legge contro il separatismo religioso interdirrebbe infatti «le port par les mineurs de tout habit ou vêtement qui signifierait l’infériorisation de la femme sur l’homme», ma non è ancora molto chiara la logica secondo la quale, se tutte le donne islamiche fossero realmente sottomesse all’uomo e contrarie all’emancipazione femminile, così tante siano quelle scese in piazza da sole e con il velo a rivendicare i propri diritti.

Aya Mohamed, studentessa di scienze politiche, attivista e lavoratrice nel campo della moda, meglio conosciuta sul web con il nome di Milanpyramid afferma:

Noi crediamo che Dio sia bello e ami la bellezza. Quando nel Corano si parla di codici di abbigliamento, Dio parla di come gli uomini abbiano l’obbligo di abbassare lo sguardo davanti a una donna, quindi il problema non ricade su di lei, non si deve nascondere.

Aya precisa inoltre che “il codice di abbigliamento islamico è molto legato al senso di modestia, di sobrietà”, per questo, ad esempio, “gli uomini devono coprire il corpo dall’ombelico fino al ginocchio e non possono indossare gioielli d’oro”. L’attivista prosegue, inoltre, affermando che, per lei e tante altre donne, l’hijab è “un modo per esprimere la propria identità religiosa, un esercizio spirituale che ci mantiene legate a Dio e alla fede”.

Questa espressione identitaria è molto bella ed è un modo per riappropriarsi della propria cultura religiosa. Nel momento in cui decido di coprire il mio corpo, non lo rendo oggetto di sessualizzazione da parte della società. Facendo ciò si ritrova un grande senso di forza. Il mio corpo non è più nella posizione di essere criticato e giudicato. In generale nell’Islam si parla di abbigliamento modesto, non aderente, che non lascia evidenziare le forme e non trasparente. […].

Io credo davvero che indossare il velo sia una scelta femminista. Nel momento in cui vedo che la società attorno a me è capitalista e cerca di sfruttare le insicurezze delle donne relative al corpo per farne profitto, decido di riappropriarmi del mio corpo e sono io a stabilire chi può vederlo e cosa farne. Ciò non esclude chi decide di vivere il proprio femminismo in modo diverso.”

Ma oltre ad Aya, molte altre sono le voci di ragazze musulmane che chiedono di essere ascoltate. Oltre ad essere un simbolo religioso, il velo rappresenta infatti, in un certo senso, un simbolo di appartenenza culturale.

https://vm.tiktok.com/ZMemBtMGm/

Paradossalmente proibire nelle spiagge un costume come il burkini, o nei luoghi di lavoro (a meno che non si tratti di impieghi pubblici che richiedono uniformi specifiche ed omologate ai fini di un più corretto, agevole ed imparziale svolgimento dell’attività professionale) l’uso di capi d’abbigliamento come la kippah e il velo islamico, significherebbe non soltanto negare una determinata espressione culturale, ma anche imporre l’omologazione ad un modello occidentale predominante. Nessun abbigliamento, infatti, è neutrale. Qualsiasi manifestazione esterna comunica. Se l’hijab riflette l’appartenza al mondo islamico, le tue Adidas e le tue Converse non affermano forse il trionfo del capitalismo e delle multinazionali in un mondo sempre più omologato?

Non a caso, dopo le nuove notizie relative all’hijabban, il web impazzisce,

e a migliaia sono le voci che chiedono soltanto di essere ascoltate. Le risposte, però, non sono quelle che ci aspetteremo di sentire.

Un senatore Francese, Max Brisson, avrebbe dichiarato che “Une sortie scolaire est un acte pédagogique, c’est l’école hors des murs”, e che il rispetto della laicità “non dovrebbe essere un grande sacrificio per i genitori”. Insomma, un po’ come dire a un vegetariano di mangiarsi quella bistecca senza fare tante storie, perché tanto non sarebbe necessario.

Un conto è difendere il principio di laicità, che si fonda sulla libertà di coscienza, l’eguaglianza giuridica delle confessioni religiose e la neutralità del potere politico e delle istituzioni, che neppure devono manifestare un orientamento confessionale proprio — un altro conto è violare apertamente uno degli articoli (art.9) fondanti della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale “ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, inclusa la “libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”.

In base a queste definizioni non resta che chiedersi se veramente un simbolo di appartenenza culturale e religiosa, indossato da una ragazza o da un ragazzo in un luogo pubblico, in una scuola, in una piscina, possa essere una minaccia per la laicità statale.

Perché se una donna fosse costretta da un aggressore a togliersi degli abiti in pubblico, questo verrebbe considerato un reato, un atto disumano e una violenza, ma se uno Stato “democratico” obbliga una donna musulmana a togliersi il velo — atto che, per la sensibilità di una fedele islamica, potrebbe equivalere ad una violazione della propria libertà di culto, intimità e femminilità — lo tolleriamo, ed anzi legalizziamo? Con quale ipocrisia ci sentiamo di tutelare le donne che si spogliano, ma non le donne che scelgono consapevolmente di coprirsi?

E soprattutto, perché nel mondo contemporaneo ogni tradizione passata e fede presente — anche se non estremista, anche se seguita consapevolmente, anche se il suo credo non lede la libertà altrui ed incita all’odio — deve essere a tutti i costi superata in nome di quel “progresso” che viene così tanto decantato?

Non abbiamo forse smesso di vedere il bello che si cela nel diverso, e le possibilità di apprendimento, di affinamento dello spirito critico, di arricchimento interiore, che soltanto l’interfacciarci con l’altro può regalarci?

Perché una ragazza francese deve essere divisa tra il venire meno ad una scelta religiosa e il frequentare quel corso di nuoto in piscina che tanto la appassiona? Che pericolo rappresenterà mai un papà con la kippah sulla testa che accompagna il figlio in gita scolastica?

Se si va in Chiesa, si è bigotti.

Se si indossa il velo, si è sottomessi al patriarcato.

Se si è atei, si è senza valori.

Quando si parla di crocifisso nelle aule italiane, la scuola deve essere laica. Se si parla delle vacanze di Natalizie e Pasquali e della festa del Santo patrono, non deve esserlo più.

Il bagno con la tuta da sub te lo puoi fare, ma se indossi il burkini vieni multato.

Ti dico che una bestemmia detta in pubblico offende il mio sentimento religioso? Sono retrogada, esagerata.

Non voglio avere figli? Il mio matrimonio non è completo, sono pure egoista.

Costruire una famiglia e sposarmi è il mio massimo scopo nella vita? Serva del maschilismo, avrai pure altri desideri.

Benediano le armi? Sì, ma per carità, non gli omosessuali.

Magari mi dico femminista e voglio liberare le povere ragazze musulmane dall’oppressione del velo.

E intanto tra “ho anche amici gay, però…” e  “non per essere politically correct, ma…” esprimeremo le nostre opinioni.

Liberté, fraternité, egalité per tutti.

Sì, ma in quale utopia?

Danila De Santis

Pubblicato in: Attualità

Catcalling: non è complimento, è molestia

Illustrazione di Sebastien Thibault

In questi giorni la conduttrice e influencer Aurora Ramazzotti in un video sui social ha annunciato di essere stata vittima di catcalling, molestia verbale, mentre faceva jogging in un parco.

Oltre ai numerosi messaggi di supporto ci sono state anche polemiche.

Una risposta in particolare ha catturato l’attenzione dei media: quella di Damiano Er Faina, influencer romano noto per i suoi video sui social.

Questo ha commentato le parole di Aurora nelle storie in questi termini:
“Posso capire se uno mentre stai passeggiando viene là e ti rompe proprio il c**o, lo posso capire.
Ma che c’è un manuale di rimorchio? Uno passa e vede due belle gambe…o almeno quando ero piccolo io vedevi una e le facevi Ah fantastica!, mica ti ho detto vaff**o brutto cesso davvero? Il Cat Calling per du’ fischi? […] È sottinteso che il mio discorso vale per i ragazzi, ovviamente.
Certo che se a una di sedici anni le si affianca uno di sessant’anni e le dice Ah bella, gli tiro una scarpa io.”

Caro Er Faina, no, non puoi capire proprio niente.
Il Cat Calling è per definizione una molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada e degrada e oggettifica chi ne è vittima.
Quindi anche quei ” du’ fischi” possono generare disagio ed imbarazzo, ma più di questo rabbia, paura e addirittura senso di colpa (ricerca di Hollaback! e Cornell University su un campione di 16.600 donne in 22 paesi).
Immagina di fare una passeggiata e di sentirti fischiare parole volgari, o di notare gli sguardi maliziosi degli uomini, oppure di sentire i clacson delle macchine che ti passano accanto con tanto di complimenti urlati dal finestrino, percepire la presenza insistente di qualcuno che ti segue per le strade della città fin sotto casa e a volte non solo.
Non è una bella sensazione perché noi donne non siamo cani a cui puoi prenderti la libertà di fischiare, siamo persone che vanno rispettate.

Secondo una ricerca eseguita dal gruppo ”Hollaback” insieme alla Cornell University, i numeri sono altissimi.
A livello globale, la maggior parte delle donne è stata vittima di questo tipo di molestie per la prima volta durante la pubertà (84% delle donne prima dei 17 anni).

In Italia invece, secondo una ricerca Istat (2018) le molestie con contatto fisico (dalle carezze ai baci fino agli inseguimenti) sono state subite dal 15,9% delle donne e dal 3,6% degli uomini.
Proprio per questo le donne attuano una serie di meccanismi difensivi, preventivi o che comunque garantiscono un minimo di tranquillità nelle situazioni che potrebbero diventare pericolose, dall’adozione di un certo tipo di abbigliamento alle chiavi strette fra le dita fino alla scelta di percorrere una strada diversa tornando a casa dopo la molestia, per schivare gli sguardi non voluti di uomini eccitati su di sé.

Le tue storie, Er Faina, sono imbarazzanti.
Ciò che più mi stupisce è la storia “donne” in evidenza sul tuo profilo.
Vivi in aporia.
Non puoi dire ‘difendete le donne sempre, non solo il 25 novembre’, e poi fare un discorso disgustoso, disinformato e soprattutto fonte di ulteriore disinformazione sul catcalling.
È evidente come tu non sia padre di una bambina, perché non è rassicurante vedere il proprio padre preoccupato quando ti accompagna in città per incontrare le amiche.
Smettila di trattare questi argomenti con un linguaggio scurrile e degradante, oggettificandoci e usando un tono di voce alto, perché in questo modo ti dimostri solamente un uomo ignorante.

Giulia Viti
Pubblicato in: Macusa

Something Awful: Slenderman

Il personaggio dello Slenderman fu creato da Erik Knudsen nel 2009 e reso pubblico attraverso il sito web Something Awful, in seguito a un concorso fotografico che si basava sull’idea di usare il ritocco delle immagini per aggiungervi dettagli macabri o entità misteriose.

Il personaggio nelle illustrazioni create da Knudsen appariva spesso insieme a dei bambini nei parchi giochi: le immagini erano modificate con un filtro seppia per ricreare l’effetto di una foto invecchiata ed erano corredate da una breve didascalia. Il personaggio impressionò la giuria e Knudsen vinse il concorso, riscuotendo un enorme successo diventando protagonista di numerose creepypasta e opere fan art, tanto da dar vita ad un vero e proprio fandom.

Lo Slenderman è una figura umanoide molto alta è molto inquietante, con braccia e gambe estremamente lunghe ed esili. Viene descritto vestito di un completo nero e capace di allungare i suoi arti e il torso ad estensioni inumane per impaurire e intrappolare la sua preda. Una volta che le sue braccia sono tese, la sua vittima cade in uno stato di ipnosi, obbligata ad avanzare verso di lui. È privo di qualsiasi volto, con un viso bianco ricoperto da una garza o da un tessuto.

Solitamente viene avvistato nei boschi e nelle campagne, lontano dalla vita di città. È abitualmente dedito al sequestro di bambini e adolescenti ma non è raro che prenda di mira anche gli adulti. Una volta che ha scelto la sua preda, può seguirla fino in città o in casa o addirittura perseguitarlo in capo al mondo, non lascerà mai la sua preda perché lui può teletrasportarsi, rendendosi visibile soltanto a lei e i suoi amici e familiari. Di solito le sue apparizioni avvengono gradualmente: all’inizio si limita ad apparire sui tetti delle case in lontananza o a lasciare indizi sulla sua presenza come video, messaggi o chiamate, ma col passare del tempo le sue apparizioni diventano sempre più frequenti. Più parli di lui e più hai occasione di incontrarlo.

Una volta venuto a contatto con le radiazioni dello slenderman subentrerà la Slenderman Sickness, divisa in 3 fasi:
– PERSECUZIONE: in questa prima fase i sintomi sarebbero proprio come quelli di una semplice influenza ma con frequenti perdite al naso e leggere amnesie.
– PRIMO INCONTRO: durante la seconda fase si intensifica l’emorragia nasale alla quale si aggiunge quella alle vie respiratorie.
– OLTRE I 5 INCONTRI: Le emorragie interne sono molto più gravi come anche le amnesie, si aggiungono anche le convulsioni.
Vi sono poi sintomi più gravi, quali: Insonnia, paranoia, aggressività, panico, ansia, allucinazioni, autolesionismo, disturbo dissociativo dell’identità, disturbo ossessivo-compulsivo.

Lo Slenderman ti porterà infine all’ossessione.

Sophia Marucci, Aurora Minnucci, Lorenzo Satta, Federica Tassa, Francesca Toti

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Zucchine, ortaggio multiuso!

Le zucchine sono un ortaggio che troviamo impiegato in mille ricette, dai migliori antipasti ai primi e secondi piatti. Il loro sapore delicato si adatta benissimo a molte portate e rende prelibate anche delle semplici preparazioni. Di ricette con le zucchine ne esistono infinite, si possono davvero cucinare in mille modi: veloci, facili ed economiche, sono ideali per sfiziosi piatti per una serata in compagnia!

Sono ricche d’acqua e hanno un basso apporto calorico. Contengono le vitamine A e C che pare svolgano una funzione antitumorale. Aiutano in caso di problemi ai reni, regolano l’intestino e sono indicate in diete per diabetici e cardiopatici.
Scopriamo insieme alcune delle tante ricette che si possono ricreare!

Roselline di zucchine

Le roselline di zucchine in sfoglia sono un antipasto sfizioso, ideale da servire come aperitivo casalingo raffinato in questa meravigliosa stagione primaverile.
Con striscioline di pasta sfoglia, fettine di zucchine e scamorza realizzerete delle graziose roselline, friabili e gustose!

Ingredienti:
· 200 g di zucchine
· 150 g di scamorza
· Pasta Sfoglia rettangolare
· Sale fino
· Pepe nero
· 1 albume

Preparazione:

Per preparare i rotolini di zucchine in sfoglia lavate le zucchine, dividetele a
metà e affettatela sottilmente; affettate finemente anche la scamorza.

Prendete il rotolo rettangolare di sfoglia e ricavate delle strisce di circa 5 cm di spessore;
Adagiate le fettine di zucchine in modo che la parte rotonda strabordi leggermente dalla sfoglia, ponete anche le fettine di scamorza facendo in modo che rimangano entro i bordi della sfoglia;
Aggiungete sale e pepe a piacere;
(Sono consigliate al posto della scamorza anche fettine di prosciutto crudo, cotto o dello speck se preferite)

Arrotolate ciascuna sfoglia su se stessa e spennellate con l’albume la parte finale della striscia in modo da poter sigillare le roselline;

Una volta pronte tutte le roselline ponetele in una teglia foderata con carta da forno e cuocetele in forno statico preriscaldato a 180° per circa 40 minuti;

Una volta cotte, sfornatele e lasciate raffreddare i rotolini di zucchine in sfoglia su una gratella.
Assaporate questi sfiziosi e filanti fiorellini tiepidi accompagnati da un prosecco o uno spritz!

Polpette di zucchine alla pizzaiola

Le polpette di zucchine alla pizzaiola sono degli appetitosi bocconcini dalla consistenza soffice e un guscio croccante, avvolti da un’aromatica salsa di pomodoro profumata al basilico e arricchiti dal tocco filante della mozzarella.

Ingredienti:
· 640 g di zucchine
·40 g di pane
· 130 g di ricotta vaccina
· 50 g di uova (1 medio)
· 20 g di Grana Padano DOP grattugiato
· 60 g di pangrattato
· 60 g di farina 00
· Sale fino q.b.
· Pepe nero q.b.
· 500 g di passata di pomodoro
· Aglio 1 spicchio
· Olio extravergine d’oliva q.b.
· Sale fino q.b.
· 100 g di mozzarella per pizza
· Basilico q.b.

Preparazione:

Iniziamo con la preparazione della salsa: in una pentola lasciate imbiondire uno spicchio d’aglio con un filo d’olio, unito a della passata e lasciate cuocere per circa 25 minuti. Trascorso questo tempo eliminate lo spicchio d’aglio;

Per quanto riguarda le polpette iniziate col grattuggiare le zucchine utilizzando una grattugia a maglie larghe e ponetele in una ciotola con la ricotta, il formaggio, l’uovo, sale e pepe;

Inserite poi il pane all’interno di un mixer e frullatelo fino ad ottenere delle briciole, quindi unitelo al composto di zucchine insieme alla farina e impastate fino ad ottenere un composto omogeneo, poi iniziate a formare le palline ponendo al centro di ognuna un cubetto di mozzarella filante;

Una volta formate tutte le polpette versate un filo d olio in un tegame, aggiungete i nostri bocconcini e fateli rosolare;
A questo punto trasferite le polpette all’interno del sugo con il basilico e coprite;

Cuocete a fiamma bassa per una decina di minuti rigirando le polpette di tanto in tanto. Nel frattempo grattugiate del formaggio e spargetelo sulle polpette una volta cotte.
Siete pronti per gustarvi questo piatto delizioso e saporitissimo!

Parmigiana di zucchine

La parmigiana è sempre la parmigiana! E se siete abituati alla versione più classica, con le melanzane, fritte in olio profondo, non vedrete l’ora di provare la parmigiana di zucchine, probabilmente la variante più famosa di questa fantastica ricetta mediterranea!

Ingredienti:
• Zucchine 700 g
• Parmigiano 60 g
• Mozzarella 250 g
• Farina 00 per impanare q.b.
• Olio di semi per friggere q.b.
• Pepe nero q.b.
• Passata di pomodoro 700 g
• Cipolla ¼
• Olio q.b.
• Basilico q.b.
• Sale fino q.b.

Preparazione:

Per preparare la parmigiana di zucchine come prima cosa iniziate a realizzare il sugo, versate in un tegame un filo d’olio, aggiungete la cipolla tritata finemente e lasciatela dorare a fiamma bassa. Aggiungete poi la passata di pomodoro e un po’ d’acqua;

Regolate di sale e lasciate cuocere per circa 40 minuti, mescolando spesso;
Una volta cotto aggiungete al sugo delle foglioline di basilico spezzettate a mano;

Occupiamoci ora delle zucchine: lavatele, spuntatele e tagliatele a fette spesse utilizzando una mandolina o un coltello. Poi ponete l’olio a scaldare in una padella larga e, nell’attesa che raggiunga la temperatura di 170°, passate le zucchine nella farina;

Non appena l’olio sarà a temperatura (misurate con il termometro da cucina) immergete poche fette per volta e friggete le zucchine per qualche minuto fino a che non risulteranno ben dorate, quindi scolatele e posizionatele su un vassoio foderato con carta assorbente, per far rilasciare dell’olio in eccesso.

Proseguite così con tutte le altre e se preferite salatele leggermente;
Ora tagliate la mozzarella a cubetti e tenete da parte. Non appena anche il sugo sarà cotto munitevi di una teglia rettangolare 28×18 cm e distribuite sul fondo un po’ di salsa di pomodoro;

A questo punto disponete le zucchine una di fianco all’altra, ricoprite con uno strato abbondante di salsa di pomodoro, condite con parmigiano grattugiato, cubetti di mozzarella e pepe. Ripetete lo stesso procedimento altre due volte;

Cuocete in forno statico preriscaldato a 200° per 25 minuti e 5 minuti con il grill.
Sfornate, aggiungete qualche fogliolina di basilico e lasciatela riposare per qualche minuto prima di servirla!

Buon appetito!

Elena Insalata, Elisa Scardella, Giorgia Mizzoni, Veronica Morganti

Pubblicato in: Binge watching, Cultura e Intrattenimento

Hakuna Matata

Sono ormai più di 80 anni che la conosciutissima multinazionale statunitense Disney produce lungometraggi animati, destinati a non invecchiare mai e a diventare dei veri e propri punti di riferimento del grande schermo per grandi e piccini: le lezioni di vita che questi “cartoni animati” impartiscono, sono adatte ad ogni età!
I film prodotti dai Disney Animation Studios – e dai più giovani Pixar Animation Studio – sono da sempre portatori di grandi messaggi e grandi valori, che emergono dalle innumerevoli avventure che vedono come protagonisti sia persone che animali di ogni genere, grandezza e personalità.
I personaggi che dominano la scena, attraverso le loro peripezie, sentimenti e riflessioni, sono perfettamente in grado di entrare nel cuore e nell’anima degli spettatori, diventando sempre un po’ difficili da dimenticare. Quante volte vi siete trovati a canticchiare quella canzone, ripetere quelle battute, rivedere quella scena o addirittura riguardare l’intero film?

Oggi siamo qui proprio per analizzare insieme uno degli insegnamenti più significativi che la Disney abbia mai offerto: la filosofia “dell’Hakuna Matata” del Re Leone!

“Il Re Leone” è un film d’animazione del 1994 avente come obbiettivo, alla pari degli altri, quello di rivolgersi ad ogni fascia di età. Esso appartiene al cosiddetto periodo Rinascimentale della Disney, rappresentando il suo trentaduesimo capolavoro.

Come accennato in precedenza, vi parleremo di ciò che ha stregato miliardi di persone in tutto il mondo: L’Hakuna Matata, due semplici parole che vengono tutt’ora utilizzate e che molte persone decidono addirittura di imprimerlo sul proprio corpo con un tatuaggio, tanto è profondo il suo significato. E a chi non ricorda la propria infanzia questa espressione? Ma andiamone a scoprire il significato!

Hakuna Matata è una locuzione swahili appartenente alla lingua bantu, molto presente nell’Africa orientale, centrale e meridionale. Quest’espressione può essere facilmente tradotta come “senza pensieri” ma scopriremo essere molto più di questo. Diventa, infatti, una vera e propria filosofia di vita per due dei principali personaggi del nostro film: il suricato Timon e il facocero Pumbaa.
Saranno proprio questi a citarla per la prima volta al piccolo Simba che, desolato dalla morte del padre Mufasa, di cui si sente terribilmente responsabile, piano piano inizierà a riconoscerne il valore.

“A volte le cose brutte succedono, e non puoi farci niente, quindi perché preoccuparsi?”.

Timon e Pumbaa vogliono insegnare proprio questo a Simba. Vorrebbero che lui capisse che non sempre tutto ciò che ci capita dipende da noi, anzi, al contrario, troppo spesso ciò che ci accade sfugge al nostro controllo, riducendoci a semplici spettatori della nostra vita. In questi casi, non bisogna affatto disperarsi ma piuttosto accettare il fatto che la vita scorre imperterrita e le sconfitte fanno parte del gioco.

L’Hakuna Matata condiviso da Timon e Pumbaa con Simba è sicuramente molto delicato: tanto ricco di verità quanto facilmente fraintendibile. Se da una parte vivere secondo quest’ottica fa si che la vita diventi più leggera e, appunto, “senza pensieri”, dall’altra non ci autorizza a fuggire o ignorare le difficoltà. Al contrario, ci porta a cercare strade alternative per superarle ed accettarle, nonostante inizialmente sembravano qualcosa di insormontabile.
Sarà proprio il nostro Simba a non cogliere la profondità e il fine ultimo del messaggio, preferendo fuggire dalle sofferenze appartenenti al suo passato soffocandole nel suo cuore, piuttosto che prenderne atto ed affrontarle.

Ma ora chiediamoci: si può sfuggire al passato?
Sappiamo che Simba proverà in ogni modo a rinnegare la sua identità e a dimenticare il suo trascorso, ma dal passato non si può scappare e le sue responsabilità da Re della Savana ben presto incomberanno nuovamente su di lui. L’incontro con il babbuino Rafiki sarà decisivo in questo senso: quando questi conduce Simba di fronte ad uno specchio d’acqua, egli non vede l’immagine di se stesso, ma di suo padre.

Mufasa stupisce suo figlio e non solo per l’inaspettata apparizione: gli fa aprire gli occhi sulla realtà e gli sbagli da lui commessi, accusandolo di aver dimenticato nel profondo del suo cuore chi è veramente e i suoi doveri. Sarà proprio a questo punto che Simba capirà che si può provare a sfuggire dai problemi e dalle preoccupazioni del momento, ma resterà sempre impossibile fuggire da se stessi e dalle proprie responsabilità.

Ed eccola qui la vera lezione di vita dell’Hakuna Matata presente nel Re Leone: saper condurre una vita che sia in equilibrio tra l’accettazione di essere impotenti di fronte ad alcuni avvenimenti e l’impegno nelle cose che sono, invece, sotto il nostro controllo e su cui abbiamo potere!

Beatrice Baldassarra, Gabriele Sabellico



Pubblicato in: NOI, Tír na nÓg, Tir na nog

Ho visto il sole sorgere

Ho visto il sole sorgere e tramontare milioni di volte.
E mi sono sempre chiesta: se persino lui, che ci illumina ogni giorno di questa santa vita, muore,
per poi tornare a splendere più luminoso di prima… Perché non dovremmo farlo noi?
Muoio sempre un po’ di più, io. Ché col cuore in mano, ogni minima botta è letale.
“Non ce la fai”, “Non riesci”, “Non sei in grado”. Tutto intorno mi demoralizza, e poi non
riesco davvero, ad essere felice.
Ed io sono così. Un po’ spaventata dalla vita, ma tanto emozionata dal capirci veramente qualcosa. E vi dico che ho capito pure un’altra cosa: non siamo soli, dentro di noi c’è qualcosa… Qualcosa di stupendo.
Perché Questo è per me.
Ogni giorno di questa limitata vita è mio.
Ogni secondo che passa è storia, la mia.
E questa sono io. Un po’ sgangherata, con la testa sopra le nuvole e piena di sogni.
Quelli maledetti, di sogni. Quelli che sembrano irrealizzabili, impossibili. Quelli che ti fanno dannare, soffrire.
Ma questo è per me. Ed io di voglia, di provarci, ne ho tanta.
Ed è solo per me, questa vita complicata.
È solo per me, e sono pronta ad affrontarla.
Perché le stelle sono più luminose, la luna più brillante, ed io più libera, se faccio la vita mia.
Ché ogni parola, ogni sorriso, ogni sguardo, è un po’ più speciale, se visto con gli occhi di chi ama la vita.

Syria Costantini

Pubblicato in: Attualità, EcoLamia

Green Washing: ambientalismo di facciata

Cos’è il green washing?
Il Greenwashing è un neologismo inglese che viene tradotto come ecologismo/ambientalismo di facciata, ed è una strategia di marketing utilizzata da organizzazioni politiche, brand, aziende e così via per costruire un’immagine ingannevolmente positiva di sé sotto il profilo dell’impatto ambientale. In questo modo tali organizzazioni distolgono l’attenzione dell’opinione pubblica dal proprio operato (ecologicamente negativo) e traggono profitto da consumatori o elettori realmente interessati a ridurre il proprio impatto ambientale con scelte consapevoli.

Questa parola è un’unione di due termini inglesi ossia “green” riferito all’ecologismo e “washing” lavare, che richiama anche il verbo “to whitewash” ossia nascondere, proprio quello che fanno queste organizzazioni ed istituzioni.


TerraChoice ha scritto “The Sins of Greenwashing”, una lista di sette peccati commessi da alcune aziende che usano questa strategia di marketing:

  • Sin of the hidden trade-off, dichiarare ecosostenibile un prodotto solo per pochi attributi da esso posseduti, così da distogliere l’attenzione dai moltissimi altri lati negativi;
  • Sin of no proof, fare affermazioni infondate per dimostrare che il prodotto è ecologico;
  • Sin of vagueness, l’essere vaghi, scrivere indicazioni generiche sul prodotto, così che siano fraintendibili;
  • Sin of worshiping false labels, inserire etichette false o utilizzare certificazioni contraffatte;
  • Sin of irrelevance, inserire affermazioni ambientali veritiere, ma irrilevanti. Ad esempio, affermare che qualcosa è privo di CFC può essere vero per quel prodotto, ma in genere si tratta comunque una sostanza chimica vietata;
  • Sin of lesser of two evils, dare un’indicazione vera per la specifica categoria del prodotto, ma che può distogliere l’attenzione dagli effetti ambientali maggiori della categoria del suo complesso;
  • Sin of fibbing, dichiarazioni false sull’ambiente;

In Italia, il Greenwashing, è considerato come pubblicità ingannevole.

Alcuni esempi di Greenwashing

Nel mondo della moda si utilizza molto il greenwashing, portando dati falsificati sulle etichette, omettendo il processo di riciclaggio dell’indumento “pseudo-green”. Anni fa è H&M è stata accusata di aver buttato via milioni di vestiti mai indossati e “fuori moda” invece di riciclarli o regalati a persone bisognose. Lo scorso anno la multinazionale ha iniziato a produrre alcuni vestiti “green” ed “ecologici”, ma molti non credono alle parole di H&M, anzi li accusano di greenwashing.

Levissima e Sant’Anna: i due brand parlavano di ecosostenibilità pur promuovendo bottiglie di plastica.
Volkswagen, accusata di aver falsificato alcuni dati riguardanti alle emissioni dei propri veicoli.

Emanueala Berehoi

Pubblicato in: Binge watching, Cultura e Intrattenimento

How I met your mother

Oggi parleremo della serie TV “How I Met Your Mother”, girata dal 2005 al 2014. La serie si articola in 9 stagioni da 24 puntate ciascuna, che durano all’incirca 20 minuti.

La serie ha inizio con la celebre frase:

Ragazzi, sto per raccontarvi una storia incredibile: la storia di come ho conosciuto vostra madre…

È Ted a pronunciarla, il protagonista della vicenda. E oggi lasceremo che sia proprio lui a raccontarci la trama di questa splendida serie TV:

“25 anni fa, prima che diventassi papà, la mia vita era diversa. Era il 2005, avevo 27 anni e cominciavo la mia carriera di architetto a New York, dove abitavo con Marshall; il mio migliore amico. Facevo una bella vita, finché il buon vecchio Marshall non rovinò tutto chiedendo alla zia Lily di sposarlo. Durante il college il gruppo era Marshall, Lily e io; ma così diventò Marshall-Lily e me. Si sarebbero sposati, avrebbero messo su famiglia, e prima che io potessi accorgermene sarei diventato uno scapolo di mezza età che i loro figli avrebbero chiamato zio Ted.

Marshall stava per compiere il passo più importante e io? Beh, io chiamai il buon vecchio Barney. Salimmo al bar sopra il nostro vecchio appartamento e Barney ebbe la brillante idea di fare il ben noto giochetto chiamato “Ehi, lo conosci Ted?”. Ma io non ero pronto, non dovevo pensare al matrimonio fino ai 30 anni, e anche se lo fossi stato cosa avrei dovuto dire?

“Okay, è il momento. Lei dove si trova?” e lei era lì. Fu come nei vecchi film nei quali il marinaio vede la ragazza in una sala da ballo affollata, si volta verso l’amico e gli dice “la vedi quella? Un giorno io la sposerò”.

Fu così ragazzi, che conobbi Robin, la ragazza dei miei sogni. Ne rimasi subito invaghito; le chiesi di uscire e scoprii che aveva tutte le caratteristiche che avevo sempre sognato in una donna: era spiritosa, aveva cinque cani, inoltre  era co-conduttrice di Metro News 1, che mandava in onda servizi davvero squallidi. Purtroppo, ci fu qualcosa a separare me e Robin; lei non era in cerca di una relazione seria come il sottoscritto, che dopo un giorno le dichiarò di essersi innamorato di lei (già, lo so).

Sono riuscito a conquistarla secondo voi? Beh, lo saprete a tempo debito ma sappiate che in quel momento è successo qualcosa che ha cambiato per sempre il nostro gruppo; finalmente era completo e lo sarebbe rimasto per sempre. Noi cinque insieme abbiamo vissuto ogni tipo di avventure: io con le mie innumerevoli effimere relazioni, alcune più importanti e altre meno; lo zio Marshall e la zia Lily che sono sempre stati fatti l’uno per l’altra, seppur con i loro alti e bassi; lo zio Barney con la sua forte passione per donne; infine la zia Robin, il cui carattere lo avremmo scoperto di lì a poco.

Ci vollero anni prima che conoscessi vostra madre ragazzi, ma non temete, ci sto arrivando, è una lunga storia. In tutto questo tempo incontrai le ragazze più disparate, ciascuna delle quali in qualche modo mi ha insegnato qualcosa attraverso esperienze più o meno belle. La prima ragazza importante con cui stetti era una pasticciera, aveva un carattere particolarmente gentile, era elegante in ogni suo gesto, ma un giorno dovette partire per la Germania, così la distanza fece riaffiorare una vecchia fiamma che non era mai tramontata del tutto e che si sviluppò in seguito. Terminate poi queste relazioni vissi storie di poco conto, fino a quando non iniziai ad uscire con la dottoressa che mi aveva rimosso un particolare tatuaggio. Lei piaceva a tutti i miei amici e io ci tenevo a tal punto che mi sarei trasferito nel New Jersey per vivere con lei e sua figlia, ma poi, quando il nostro rapporto era sul punto di prendere una piega particolare, mi spezzò il cuore. Gli anni andarono avanti così, alternando rapporti seri a storie più frivole, tra momenti felici e momenti bui, ma con unica costante: il nostro gruppo di amici.

Le vicende ci hanno cambiati tutti e cinque: io ho conosciuto vostra madre; Robin è diventata  una donna di successo con il suo programma televisivo; Marshall e Lily hanno raggiunto enormi traguardi nella loro relazione; infine, lo zio Barney è quello che avuto l’evoluzione più stravolgente: da abile dissimulatore, mentitore che spezzava il cuore a qualsivoglia ragazza varcasse la soglia del suo appartamento, grazie a qualcuno che conoscete molto bene, è diventato capace di amare ed essere premuroso, ovviamente  estremizzando sempre ogni cosa, com’è nel suo carattere.

In questi 25 anni sono successe così tante cose: sono stato mollato all’altare, mi sono ubriacato e risvegliato con un ananas vicino al letto ed un tatuaggio alquanto ambiguo, sono stato attaccato da una capra, mi sono finto un veterinario andando contro i miei stessi progetti solo per attaccare bottone con una ragazza, sono stato scambiato per un attore di film a luci rosse e tantissimo altro ancora.

Ma vedete ragazzi miei, se non avrete accanto i vostri amici, tutto quello che farete non sarà mai LEGGEN… non vi muovete — sembra scontato, ma andando avanti vi renderete conto che non è affatto così, nella vita i colpi di scena sono all’ordine del giorno. Dai nostri amici possiamo imparare tanto, prendete noi ad esempio: Barney è la dimostrazione che le persone possono cambiare e che anche l’uomo più spregevole è in grado di amare; Robin prova che non è necessario essere femminile per essere la ragazza perfetta e che la forza e la fermezza non corrispondono all’insensibilità; Lily mostra come dare un buon consiglio ed esserci per chi ci sta accanto possa giovare alle persone a cui teniamo; Marshall prova come siano gratificanti la gentilezza e il garbo verso i nostri amici e amati; e infine io, Ted, sono un inguaribile romantico e voglio mostrarvi la bellezza di vivere amando. Non reprimete mai i vostri sentimenti e non perdete la speranza, perché non è mai troppo tardi per trovare l’amore! — DARIO

                                                                                       Diego Di Pietropaolo, Sophia Marucci

Pubblicato in: Attualità, dae-won

Racism against asians

Since the start of Covid-19, Asian-Americans across the Free World have been reporting increases in hate crimes and discrimination tied to the spread of the virus. Customers were denied service. Asian-American businesses have been avoided. People have been killed, assaulted. More than a year after these events started to occur, many have been left invisible, afraid to speak out about the hatred and racism they faced.

Since the start of the pandemic, hate crimes against Asians have gone up 1900%. There have been more than 2800 discriminatory and racist incidents.

In February 2021, in a span of a week, a 61-year-old Filipino man was slashed across the face, a 64-year-old Vietnamese was assaulted and assaulted, a Chinese man was robbed and later assaulted at gunpoint and an 84-year-old Thai was assaulted and killed.


The surge in hate incidents against the Asian American community really sparked last winter when Trump began scapegoating Chinese people for the explosion of coronavirus in the United States. “It gave a lot of people permission (to act on) their prejudice,” said Mabel Menard, president of OCA Chicago, a chapter of OCA, a Washington, D.C.-based nonprofit that advocates for civil rights of Asian Americans and Pacific Islanders.
Scapegoating us or labelling us “unclean” or “diseased” because of cultural differences that western culture does not understand has happened repeatedly throughout history.
Labelling us as “foreigners” or “model minorities” has always been a form of gaslighting.
The current spikes of racist attacks arose right as the community was preparing for Lunar New Year. It is time meant to be celebrated, with fortune, happiness and health.

What you can do to help?


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Minor Feelings
Dear Girls
Know My Name
In The Country
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Anna De Vellis

Pubblicato in: Odi et amo, Tír na nÓg

Toxic love, I

“Cosa vuoi?” disse Ilaria.
“Parlarti” rispose Leonardo.
“Sai che non voglio, a meno che tu non voglia dirmi qualcosa in particolare”
“Non posso dirti ciò che tu vuoi sentire, non posso mentirti”
“Eppure così stai mentendo a te stesso e a me, Leo”
“Cosa vuoi saperne tu?” domandò quasi indispettito.
“So che c’è qualcosa che non ci permette di stare lontani, qualunque cosa accada torniamo sempre a cercarci”
“Ma la verità non è quella che pensi”

L’amore è così, è forte, intenso, ma anche devastante, a volte tiene due persone legate tra loro attraverso un filo spinato, che li ferisce, provoca loro gravi sofferenze, ma li rende anche dipendenti da quello stesso dolore: perché non è mai il dolore in sé, non è mai il contenuto di un messaggio, non è mai il gesto, ma è la persona da cui proviene che rende tutto speciale. È così l’amore di Ilaria per Leo, non può farne a meno, ormai brancola in quella nube di sofferenza all’interno della quale paradossalmente si sente viva e senza cui tutto perderebbe senso. Quella sofferenza, quel dolore costituiscono la fortezza del piacere di Ilaria, addentratasi in un amore tossico che ha trovato il modo di intrappolarla in una realtà malata, è consapevole che si sta facendo del male ma quello stesso dolore ha qualcosa di piacevole: Leo, è lui ad annebbiarle gli occhi, è lui l’unica ragione per cui non si redime dal sortilegio che la opprime.

L’amore fa così: quando trova un’anima fragile le si avvinghia, le sottrae ogni forza vitale, così da essere la sua unica fonte di energia. Non vi è migliore metafora di un filo spinato: le estremità le tiene Leo, che cinge Ilaria e può decidere se stringere ancora di più e quindi trafiggerla con violenza, oppure lasciarle vivere la sua vita. La vera domanda è: perché Leo non la lascia andare? Perché anche lui è coinvolto in questo sentimento morboso, lui tiene le estremità del filo ma è ne è avvolto proprio come Ilaria, è lui a decidere la loro sorte e forse Leo non stringe il filo per farle del male, forse la ama davvero, forse è solo un modo per essere legato a lei senza doverle dichiarare il suo amore.

Diego Di Pietropaolo

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

San Giuseppe? Festeggiamolo con dolcezza!

Per celebrare San Giuseppe, preparare le zeppole è sempre un’ottima idea, soprattutto in questo periodo in cui trascorriamo molto tempo in casa.

Poiché la ricetta prevede la preparazione della crema pasticcera, non poteva mancare in questo articolo la sua versione fit, sana, leggera e versatile, oltre che incredibilmente gustosa. Semplice e veloce da preparare, ti basteranno 10 minuti per avere pronta la tua crema.

Ingredienti per la crema:

•        300 g latte vegetale o vaccino

•        scorza di 1 limone

•        1 cucchiaino essenza naturale di vaniglia

•        40 g amido di mais

•        50 g eritritolo (o altro dolcificante)

•        2 tuorli d’uovo

Procedimento per la crema:

In un pentolino metti a scaldare a fuoco basso (non deve bollire) il latte con la scorza di limone e l’essenza naturale di vaniglia; Nel frattempo, in una ciotola, mischia con una frusta i tuorli d’uovo insieme all’eritritolo fino a renderli leggermente spumosi, poi aggiungi l’amido di mais setacciato. Mischia bene con la frusta fino a quando il composto risulterà omogeneo.

Togli dal fuoco il pentolino con il latte, rimuovi la scorza di limone con un colino, e aggiungi il latte all’interno della ciotola contenente i tuorli, l’eritritolo e l’amido. Mischia con una frusta e riporta nuovamente sul fuoco a fiamma medio bassa.

Durante la cottura mischia costantemente con un cucchiaio di legno e quando il composto inizia ad addensarsi, continua a mischiare con la frusta per evitare che si attacchi sul fondo o che si formino grumi. Mischia qualche minuto fino a raggiungere la consistenza desiderata, poi togli la crema dal fuoco;

A questo punto versa la crema all’interno di una ciotola pulita, copri la superficie con la pellicola alimentare a contatto, e lasciala raffreddare a temperatura ambiente.

Sposta la crema in frigorifero e attendi 2-3 ore prima di utilizzarla. Al momento del suo utilizzo, versala in una ciotola e con le fruste mischia bene per farla tornare morbida e vellutata, pronta per essere utilizzata.

La crema pasticcera fit senza zucchero è pronta da utilizzare per farcire le nostre deliziose preparazioni!

Ma come possiamo rendere anche le zeppole abbastanza leggere? Con dei piccolissimi accorgimenti potremo avere un dolce altrettanto gustoso e soddisfacente ma con una quantità di zuccheri e grassi decisamente ridotta.

Ingredienti per le zeppole:

•        70gr di Farina d’avena integrale

•        30gr di Farina di riso

•        130ml di Acqua

•        40ml di Olio extravergine all’arancia (o classico)

•        Un uovo

•        80ml di Albume

•        20ml di Miele d’acacia

•        Un pizzico di sale

•        Mirtilli freschi

•        Zucchero a velo q.b.

•        Crema pasticcera fit

Preparazione per le zeppole:

Portare a bollore l’acqua con l’olio extravergine all’arancia, un pizzico di sale e il miele. Quindi versare la farina tutta insieme e mescolare a fiamma medio-bassa finché l’impasto non si staccherà dalle pareti della casseruola e formerà una patina sul fondo;

A quel punto spegnere il fuoco e versarlo in una ciotola per farlo raffreddare. A parte sbattere un uovo intero con 80ml di Albume, quindi aggiungerlo all’impasto poco alla volta, mescolando con un cucchiaio di legno finché non sarà assorbito del tutto;

 All’inizio sarà difficile amalgamare le uova al resto, ci vorrà un po’ di pazienza per ottenere una consistenza liscia ed omogenea. Il composto è pronto quando risulterà piuttosto fluido e cremoso;

Preriscaldare il forno a 180° e nel frattempo adagiare sulla teglia un foglio di carta forno. Versare la pasta choux in una sac-à-poche con una bocchetta a stella e formare due cerchi, uno sopra l’altro senza lasciare troppo spazio al centro (se non avete la sac-à-poche utilizzate una bustina ermetica ed effettuate un piccolo taglio sulla punta); Infornare per 30 minuti circa senza mai aprire il forno. Sono pronte quando in superficie saranno dorate. Sfornarle e lasciarle raffreddare.

Una voltra raffreddata anche la Crema Pasticcera fit, mettetela all’interno delle nostre zeppole “light”.

Concludere con i mirtilli freschi e una spolverata di zucchero a velo!!

Insalata Elena, Fiorini Elettra, Boudour Linda e Mattacola Lorenzo

Pubblicato in: poesiando, Tír na nÓg

Il desiderio da me più ambito

Il giorno in cui ti ho incontrata è stato il più felice della mia vita
Conscio di aver trovato la persona che mi avrebbe completato,
Lei che ha saputo portare sulla retta la via la mia anima ormai smarrita,
Il desiderio da me più ambito, è di essere con te sotto un cielo stellato,
Stare mano nella mano, nel piacevole silenzio d’una notte estiva,
Noi due che infondo ancora non conosciamo cosa davvero cerchiamo,
Ma sapevamo che bastava stare assieme per cancellare ogni cosa negativa,
Tutto ciò che vorrei dirti è semplicemente che
Ti amo.

— Emanuele Calicchia

Pubblicato in: NOI

Ti sei persa

Ti sei persa
in un mare di bugie.
Ti sei persa
quando hai detto
che tutto andava bene,
quando hai creduto
che tutto sarebbe andato bene.
Ti sei persa
quando hai pensato
di essere imbattibile,
quando ti sei guardata
dentro,
e hai visto soltanto buio.
Ti sei persa
quando hai preferito
restare in silenzio,
invece che urlare.
Ti sei persa
quando la voragine
che avevi dentro da troppo tempo,
ti ha divorata.
Ti sei persa
quando hai perso le tue certezze,
quando hai capito che
vivi in un mare di bugie,
in un mare di insicurezze.

Syria Costantini

Pubblicato in: Macusa

Le Streghe

Song co-reading: the elixir of life

Scope, calderoni, nasi verdi ed allungati, cappelli a punta, gatti neri e pozioni: ebbene sì ragazzi, oggi parliamo di streghe!
Nell’immaginario comune queste creature appaiono sotto forma di donne sgradevoli e dalle intenzioni poco nobili, ma come stanno le cose in realtà? Sono davvero chi pensiamo? E qual è il loro rilievo nel corso della storia?

Quercia delle streghe, Val D’Orcia

Innanzitutto esploriamo l’etimologia del termine “strega”: esso deriva dalla parola latina strix, ovvero strige, un uccello notturno presente in antiche favole che succhiava il sangue dei bambini nella culla e instillava in loro il proprio latte avvelenato. Il termine è citato da vari autori latini come Ovidio, Plauto e Plinio il Vecchio. Le testimonianze più antiche di stregoneria si fanno risalire al Codice di Hammurabi, secondo millennio avanti Cristo! Nel codice sono riportate delle disposizioni contro stregoni e maghi che hanno recato danni ad altri.
Ma troviamo maghe e streghe anche nell’Odissea e nella letteratura greca successiva, come la maga Circe che trasformava i marinai in porci e come Medea che lanciava malocchi con l’ausilio di vari intrugli.
In epoca Medievale e con l’inquisizione si parla sempre di più di streghe: è proprio in questi anni che troviamo i primi documenti contro di esse.

Canon episcopi

Il primo testo ecclesiastico che parla di streghe è il Canon Episcopi: istruisce i vescovi sul comportamento da tenere di fronte al fatto che alcune donne, in alcune notti, volassero al seguito della dea pagana Diana.

Non è quindi da considerare un testo di riferimento per combattere la stregoneria.

Malleus Maleficarum

Nel 1486, due domenicani tedeschi nominati da Innocenzo VIII inquisitori in Germania diedero alle stampe il più famoso tra i trattati sulla stregoneria: il Malleus Maleficarum (letteralmente il “martello delle streghe”). Esso raccoglie e codifica tutti i peggiori pregiudizi della cultura cristiana sulla presunta naturale inferiorità del sesso femminile, la sua mancanza di intelligenza, la sua spontanea inclinazione al peccato.

è proprio da qui che nasce l’identikit di una strega: esse erano prevalentemente donne, proprio per queste radicate credenze religiose che vedevano la figura femminile predisposta a peccare e ad avere un rapporto con il diavolo. Nel Malleus infatti si arriva a concludere che “la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile”.
E sì, queste donne erano per la maggior parte delle vecchiette: “vecchie, zoppe, mezze cieche, pallide, sudice, e piene di rughe” (sir Reginald Scot, fine ‘500).  

La maggior parte della popolazione non poteva permettersi di chiamare un medico e ricorreva a delle donne guaritrici; se fossero riuscite a guarire il malato queste sarebbero state santificate, ma se avessero fallito sarebbero state additate come spiriti malvagi. La situazione era analoga per le levatrici che accoglievano al mondo bambini nati morti, le ex prostitute, cuoche, bambinaie, donne che in genere potevano avere competenze e conoscenze particolari quali l’uso delle erbe per unguenti e rimedi. 

Hermione, Harry e Ron
Salem, Sabrina vita da strega
Golden Trio

Nonostante la sua accezione negativa, la figura della strega e del mago ha molto ispirato il mondo della televisione, dai programmi per bambini come Sabrina, vita da strega fino a film e serie per varie età (successo del momento è infatti Le terrificanti avventure di Sabrina).
Non possiamo dimenticare però i meravigliosi film ispirati ai romanzi della Rowling e la serie tv Once Upon A Time, di cui magia e streghe sono protagoniste.

Bonus

La leggenda delle bellissime streghe di Ellera ci tramanda di streghe che si diceva vivessero in una caverna sopra Ellera (frazione di Albisola Superiore, nel savonese).
Contrariamente alle protagoniste di molti racconti, queste streghe erano buone: aiutavano i viandanti che si perdevano, i bambini ammalati, allontanavano le tempeste ed erano molto amate dalla popolazione, che spesso si rivolgeva loro per chiedere aiuto.

Basilisco

Si racconta però che un terribile giorno queste vennero abusate dai soldati di Napoleone.
Da quel momento in poi le streghe assunsero le sembianze di grosse gatte selvatiche e un giorno sussurrarono agli abitanti di Ellera che, se avessero cacciato i soldati dal territorio, avrebbero trovato ogni mattina un gruzzoletto di monete sotto il cuscino.

Poco dopo l’esercito lasciò quella zona ma si narra che, a seguito degli stupri, alcune streghe fossero rimaste incinte. Dopo nove mesi, queste partorirono i basilischi che secondo la leggenda vivono ancora sopra Ellera.

Martina D’Alatri, Francesca Toti, Aurora Minnucci, Federica Tassa, Lorenzo Satta
Pubblicato in: Attualità

Crossdressing e Gender Fluid

Il termine crossdressing significa letteralmente vestire in modo opposto e identifica l’atto o l’abitudine di indossare abiti che sono comunemente associati al ruolo di genere opposto al proprio.

Il crossdressing può essere praticato da tutti, indipendemente dalla propria identità di genere e dall’orientamento sessuale; qualcuno la confonde spesso con il cosiddetto travestitismo o con la transessualità, ma il crossdressing ha un carattere neutro, privo di pregiudizi di fondo.

Il crossdressing può essere sia un tipo di abbigliamento quotidiano sia un abbigliamento d’occasione e capita a volte che i crossdresser vogliano accordare i pronomi al modo in cui sono vestiti, come ad esempio “she/her” o “he/him”.

Harry Styles

Recentemente ha fatto scalpore la copertina di ‘Vogue USA’ che ritrae Harry Styles in abiti stereotipici “femminili” contro la mascolinità tossica, diventando il primo uomo a comparire sulla copertina della rivista in 128 anni.

Questo tipo di rappresentazione non è andata giù all’autrice e opinionista Candace Owens: la conservatrice americana ha infatti criticato aspramente lo shooting per la poca virilità.
In Italia invece, nel programma ‘Ogni Mattina’, un ospite ha commentato la copertina affermando: “E’ un messaggio circense […] mi viene in mente il pagliaccio del circo”.

Il cantante, che è tra i sostenitori di un gender fluid style, nel corso della sua intervista rilasciata alla rivista ha dichiarato di riuscire a trovare sé stesso in questa dimensione e di provare gioia giocando con i vestiti.

Gender Fluid?

L’identità sessuale di un individuo (secondo la teoria Gender) non viene stabilita solamente dalla natura e dal dato biologico, ma anche dalla percezione di ciascuno.
Da questo concetto nasce il gender fluid, ma che vuol dire?
Si è gender fluid quando ci si sente rappresentanti da entrambi i generi binari, ma si rifiuta l’ideologia di appartenere all’uno o all’altro.
Non è quindi da confondere con genderqueer, che viene usato quando una persona ha la consapevolezza di non essere cisgender (classe di identità di genere in cui esiste una concordanza tra l’identità di genere e del sesso biologico del singolo individuo) ma non si vuole identificare in uno o più generi in particolare.

Alcuni personaggi famosi che hanno dichiarato di essere gender fluid sono:

Steven Tyler

”Sono stato citato erroneamente dicendo che sono più femmina che maschio.
Lasciatemi mettere le cose in chiaro: sono metà e metà”

Ruby Rose

È come se ogni giorno mi svegliassi in una sorta di genere neutrale. Alla mattina mi sveglio e non so chi sarò! […] Più rendiamo l’essere fluidi mainstream, più se ne parlerà e più accadrà, diventerà abituale, così che le nuove generazioni possano essere quello che vogliono. È una liberazione.

Jaden Smith, figlio dell’attore Will Smith, scelto come testimonial per la linea femminile di Louis Vuitton nel 2016

Non mi sento né maschio, né femmina. Penso di appartenere a una sorta di terzo genere. […] Non distinguo tra abiti da maschio e abiti da femmina. Mi sembra che la gente sia piuttosto confusa sulle norme di genere. Mi sembra che le persone non ci capiscano molto. Non dico che invece io le capisco, dico solo che non ho mai visto una reale distinzione.

Alcuni invece hanno dichiarato semplicemente di non sentire il bisogno di definirsi, come Lily Rose Depp

Se ti piace una cosa un giorno bene. E se il giorno dopo ti piace qualcos’altro, va benissimo. Non devi etichettarti, perché nulla è scolpito nella pietra, è fluido.

Giulia Viti

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Festival di Sanremo 2021: vincono i Maneskin

Si è appena conclusa la settimana più attesa dagli italiani (forse), il 71° festival della canzone italiana di Sanremo è finito; non è stato certo il solito festival, qualcuno dirà per l’assenza del pubblico, ma la vera novità di quest’edizione, secondo me, sta nel lavoro dietro le quinte, nella selezione dei concorrenti (erano anni che l’età media non era così bassa) e degli ospiti (dalla meravigliosa Loredana Bertè a Umberto Tozzi, senza tralasciare ovviamente il campione uscente Diodato).

Come l’anno scorso, la direzione artistica è stata affidata ad Amadeus che non ha esitato a chiamare in suo soccorso Rosario Fiorello.

Parte integrante dello spettacolo sono state ovviamente le 8 nuove proposte. Senza dubbio tutti loro ci hanno proposto un qualcosa di nuovo e di diverso, che fa ben presagire per il futuro, qualcosa che li porterà ad un livello successivo, facendoli diventare, prima o poi, dei veri e propri big della musica nostrana. Venerdì, in seguito alla sfida finale tra Folcast, Gaudiano, WrongOnYou e Davide Shorty, l’ambito premio è stato consegnato a Gaudiano, che è riuscito a creare un connubio perfetto tra la tecnica vocale e l’arte di unire le parole tra loro e poi alla musica.

Di seguito i miei voti per le nuove proposte.

FolcastScopriti, la tipica canzone di Sanremo, il testo è bello, la base anche, sono certo che la sentiremo in ogni luogo quest’estate, 8 1/2 ;

GaudianoPolvere Da Sparo, canzone vincitrice tra le nuove proposte, ritmo molto particolare, metrica impeccabile e una voce potente e calda, nulla di più da chiedere, 9 ;

AvincolaGoal!, canzone senza dubbio particolare, ironica, non superficiale, e lui è un personaggio che ha tutto l’occorrente per sfondare. 8;

Davide ShortyRegina, canzone interessante molto apprezzata dal pubblico, meno dalla giuria, 7 1/2 ;

Greta ZuccoliOgni Cosa Sa Di Te, sono sinceramente dispiaciuto che non sia arrivata in finale, voce dolcissima, 9- ;

WrongOnYouLezioni Di Volo, il pop e il cantautorato si incontrano, questo ne è il risultato, davvero nulla da dire, peccato per l’emozione per il palco dell’Ariston che gli ha causato qualche stonatura, per me è 8 1/2 ;

DellaiIo Sono Luca, il giovane duo ci presenta un brano di cui non sarà facile liberarsi, la sentiremo ovunque, 8 ;

Elena FaggiChe Ne So, immaginate di aprire un vecchio scatolone e trovare un cd risalente ai primi anni 2000, questo è il sound, un tuffo nel passato piacevole, ma non abbastanza da arrivare sul podio, 7.

Quest’anno i big in gara sono 26, troviamo veterani del festival come Arisa o Orietta Berti (alla sua 12° partecipazione al festival) e nuovi arrivati come Random o i Coma_Cose. Le canzoni in gara sono nel prefetto stile sanremese, sempre accompagnate dall’orchestra, perché, e gli appassionati lo sanno, la kermesse non inizia realmente fin quando non vengono pronunciate le parole “Dirige l’orchestra il maestro Beppe Vessicchio”.

Andiamo a presentare i nostri big e le loro canzoni

Francesco RengaQuando trovo te. Personaggio che non ha bisogno di presentazioni (spero), già vincitore del festival nel 2005 con “Angelo”, per la sua ottava partecipazione ci presenta una ballata romantica nel suo stile, 7. Presenta come cover, insieme a Casadilego “Una ragione in più” di Ornella Vanoni.

Noemi Glicine. L’artista romana si riconferma con questo brano, molto apprezzato dal pubblico, meno dalla giuria, 8. Presenta come cover “Prima Di Andare Via” di e con Neffa.

BugoE Invece Sì. Ad un anno dalla sua ultima partecipazione, Bugo torna in scena con “E Invece Sì”, canzone già proposta a Baglioni per l’edizione 2019, ma scartata. Nel complesso l’esibizione non è sufficiente per il palco dell’Ariston, 5-. Presenta come cover, accompagnato dai Pinguini Tattici Nucleari, “Un’Avventura” di Lucio Battisti, bravi i Pinguini, Bugo disastroso.

FulminacciSanta Marinella. Alla sua prima partecipazione al festival il giovane cantautore di Roma riesce ad arrivare al cuore anche di chi non lo conosce, per me è 7 1/2. Presenta la cover di “Penso Positivo” di Jovanotti, accompagnato da Valerio Lundini e l’immenso Roy Paci.

Extraliscio e Davide ToffoloBianca Luce Nera. La band che è riuscita a portare il liscio a Sanremo presenta un brano tutto nuovo per i profani del genere ma con dei saldi punti di riferimento, un 8+ per l’impresa. Presentano come cover un Medley della grandissima Gabriella Ferri “Rosamunda” accompagnati da Peter Pichler.

FasmaParlami. Dopo il grande successo riscosso tra le nuove proposte l’anno scorso, ci riprova, il risultato è un brano che porta il suo marchio, 7 1/2. Presenta, di e con Nesli la cover de “La Fine”.

GhemonMomento Perfetto. Ghemon è un artista poliedrico, rimasto nella nicchia per molto tempo, ha portato un brano ben strutturato con un testo scolpito attorno alla sua voce, sebbene non sia arrivato altissimo nella classifica (21esimo), mi sento di dare al suo brano un 8. Duettando con i mitici neri per caso ha regalato al pubblico un medley di “Le Ragazze” (Neri per caso), “Donne” (Zucchero), “Acqua e Sapone” (Stadio) e “La canzone del sole” (Battisti).

Arisa Potevi Fare Di Più. Torna sul palco una veterana del festival, già vincitrice nel 2014, conferma ancora una volta la sua grande abilità, sia nel canto che nella scrittura, probabilmente tra i migliori brani della kermesse, 9. Ci regala, per la serata delle cover, in coppia con Michele Bravi, una toccante interpretazione del capolavoro di Pino Daniele “Quando”.

Francesca Michielin e FedezChiamami Per Nome. Non linciatemi, ma non ce la faccio proprio, non capisco come siano arrivati sul podio, 6-. Presentano un mashup di grandi classici come Felicità di Albano e Romina, Del Verde di Calcutta, Le Cose in Comune di Daniele Silvestri, Fiumi di Parole dei Jalisse e Non Amarmi di Francesca Alotta e Aleandro Baldi.

IramaLa Genesi Del Tuo Colore. Il vincitore di amici, alla sua seconda partecipazione al festival tra i big, presenta un brano ben strutturato e conferma la sua grande abilità nel canto, nonostante siano state mandate in onda le prove generali, in quanto l’artista, a seguito di un tampone positivo nel suo staff, è in quarantena cautelare, 8 1/2. Presenta la cover del capolavoro di Francesco Guccini “Cirano”.

Måneskin Zitti e Buoni. Il rock trionfa a Sanremo. Un testo ben scritto, delle sonorità molto decise e la voce di Damiano David creano un brano fresco e apprezzabile anche dai profani. Il pezzo in sé, per me, è da 9, ma mi sento di alzare il mio voto a 9 1/2 per la bellissima interpretazione durante la serata delle cover, con il grandissimo Manuel Agnelli, del brano “Amandoti” scritto dall’inarrivabile Giovanni Lindo Ferretti e pubblicato nel 1990 dai CCCP – Fedeli Alla Linea (Poi diventati C.S.I. – Consorzio Suonatori Indipendenti).

Random Torno a Te. Ultimo classificato della kermesse di quest’anno, il pezzo non è nulla di che, lui non è un cantante e quindi sono inevitabili delle sbavature della voce nel cantato, 3. Spezzando una lancia in suo favore, la sera delle cover ha duettato con i The Kolors con il brano “Ragazzo Fortunato” di Jovanotti, interpretazione che è piaciuta molto alla giuria demoscopica.

Willie PeyoteMai Dire Mai (La Locura). Il rapper torinese di “Iodegradabile” e “Educazione Sabauda” porta a Sanremo un brano provocatorio, ironico, con il suo tipico sound e un testo metricamente impeccabile, bella anche la citazione a “Le brutte intenzioni, la maleducazione…”, per me è un brano da 9 pieno senza appello. Ha inoltre impreziosito la serata delle cover duettando con Samuele Bersani sulle note di “Giudizi Universali”, senza dubbio una delle più belle canzoni di sempre per chi ama il genere, c’è poco da dire, questo ragazzo avrà tante soddisfazioni dalla vita.

Orietta BertiQuando Ti Sei Innamorato. 12esima partecipazione alla kermesse per lei, che, nonostante sia considerata ormai “out-dated” ha saputo dare filo da torcere ai suoi avversari, conquistando la nona posizione, 8. Ha fatto commuovere il pubblico con la sua interpretazione del meraviglioso brano dell’indimenticabile Sergio Endrigo “Io che amo solo te”, duettando con le Deva.

Gio EvanArnica. Nato come “poeta” sui social, si è riuscito ad inserire nel mercato musicale, ma ciò, e lo ha imparato a sue spese, non basta. Il pezzo è a tratti confusionario e la sua voce, che può piacere o meno, va a cozzare con la musicalità del brano, per me è 3. Ha portato sul palco dell’Ariston, per la serata delle cover, i cantanti di The Voice Senior col brano “Gli Anni” degli 883.

La Rappresentante di ListaAmare. Non ho molto da dire sul brano ben costruito e indirizzato verso una certa fascia di pubblico, portato sul palco di Sanremo probabilmente non per la competizione ma per la vetrina, ottima operazione commerciale, nel complesso 7. Presentano, in duetto con Donatella Rettore, il brano “Splendido splendente”.

MadameVoce. L’artista appena diciannovenne ci presenta un brano che porta il suo timbro sotto ogni aspetto. Senza alcun dubbio un dei migliori brani di quest’anno, 9-. Presenta la cover del brano Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano.

Lo stato socialeCombat Pop. Il gruppo bolognese conferma ancora una volta le proprie capacità, sia musicalmente che nel dare spettacolo, purtroppo, la concorrenza quest’anno era più aspra che nelle precedenti edizioni, nel compresso un 8. Presentano come cover “Non è Per Sempre” degli Afterhours, duettando con Emanuela Fanelli, Francesco Pannofino e i lavoratori dello spettacolo.

AnnalisaDieci. Settima classificata in gara, un pezzo nei suoi limiti e che mostra chiaramente la scrittura tipica di quest’artista. Nel complesso è un buon pezzo anche se rischia di restare anonimo, 7 1/2. Duetta con Federico Poggipollini sulle note di “La musica è Finita” di Ornella Vanoni.

Colapesce DimartinoMusica Leggerissima. Diciamocelo chiaramente, il pezzo è bello, alla faccia degli snob e di chi li criticava a priori; mi ricordano vagamente i primissimi Simon e Garfunkel e per me il pezzo è da 9. Presentano l’emozionante cover di “Povera Patria” del maestro Franco Battiato.

Coma_CoseFiamme negli Occhi. Questo duo molto particolare porta in gara un brano ben scritto con un buon arrangiamento, purtroppo per loro non è abbastanza per la kermesse ligure, 7. Interpretano la cover di “Il mio Canto Libero” di Lucio Battisti.

Ermal MetaUn Milione di Cose da Dirti. Come ripeto sempre, per chi mi conosce, Ermal scrive la canzone adatta a Sanremo, ma ciò non sempre è un bene, 8. Con la Napoli Mandolin Orchestra ci regala la sua versione di “Caruso” dell’immenso e indimenticabile Lucio Dalla, proprio il 4 marzo, giorno del suo compleanno.

Malika AyaneTi piaci così. L’artista ci presenta un brano sull’accettare sé stessi senza se e senza ma, bello il messaggio, meno il brano, 6. La cover da lei scelta è “Insieme a te non ci sto più”, parole di Caterina Caselli, musica di Paolo Conte.

Max Gazzè e la Trifluoperazina Monstery BandIl Farmacista. Nel periodo che siamo vivendo senza ironia non sopravviveremmo un minuto, ed ecco che entra in gioco l’artista di Roma con un brano molto singolare ma accattivante, l’arrangiamento è superbo, lo show ancora di più, per me è 9 1/2. Ci dona, in duetto con Daniele Silvestri e la M.M.B., la cover di “Del Mondo”, di Giovanni Lindo Ferretti/C.S.I. – Consorzio Suonatori Indipendenti.

AielloOra. Il nostro penultimo classificato ci porta un brano anche ben strutturato, ma non adatto ad un pubblico come quello di Sanremo, non escludo assolutamente che a qualcuno possa piacere, ma valutando oggettivamente le sue doti canore, la sua performance è stata da 3. Porta la cover di “Gianna” del grandissimo Rino Gaetano in coppia con Vegas Jones.

Neccia Alessandro

Pubblicato in: The jukebox

Le donne e il Big Beat

Un genere musicale rivoluzionato dalle donne è il Big Beat, un insieme di electronic dance music, Techno, rap, breakbeat, rock psichedelico e rock elettronico nato in Inghilterra nei primi anni 90. Il nome “big beat” apparve per la prima volta nel 1971, quando i Doors fecero uscire una canzone intitolata The Wasp .

Clara Rockmore e il theremin


Chi sono le donne che hanno lasciato un’indelebile traccia nella storia di questo genere?

Clara Rockmore, in foto, può essere considerata la più grande thereminista della storia; un’altra donna importante per questo genere è sicuramente Delia Derbyshire, proprio la Delia Derbyshire che ha realizzato la parte elettronica della sigla di Ron Grainer per una delle serie tv più amate di sempre, “Doctor Who”.

Daphne Oram, così come Rockmore, è una delle più grandi fonti di ispirazione per le ragazze che si cimentano in questo genere musicale: ella fu una delle prime compositrici britanniche a produrre dei suoni elettronici ed inventò la tecnica oramics, e fu co-fondatrice del BCC RADIOPHONIC WORKSHOP.

Miss Djax

Non possiamo dimenticare Saskia Slegers (Miss Djax), dj e produttrice olandese che ha cominciato la sua carriera negli anni 80 e, 9 anni dopo, ha investito più di 10.000 fiorini per la fondazione della Djax Records.

Smokin Jo ( Joanne Joseph) è l’unica dj donna ad aver vinto il “The number one dj in The world” nel World Music Award del 1992 ed ha fatto spettacolo in ogni grande club night del mondo!

Leila Arab, dj conosciuta per le sue collaborazioni con la cantante Björk, è anch’essa un’indimenticabile prduttrice musicale. Nel 1998 creò il suo album di debutto “Like weather”.

Magda, Heidi ,Miss Kittin , Nina Kraviz, Steffi, Tama Sumo, Virginia, Bella Sarris, Aurora Halal, Xosar and The Black Madonna sono solo alcuni dei nomi conosciuti nel panorama di questo genere.

I think this will serve as great inspiration to a future generation of artists as well as both men and women on the dancefloor today.

CHANTAL

Natalia Michalak

Pubblicato in: Attualità, W.A.P.

Un ponte per Therabithia: dallo schermo alla realtà

E se vi dicessimo che in Lombardia esiste un ponte per Terabithia?
Un ponte per Terabithia è un film tratto dall’omonimo romanzo del 1976 di Katherine Paterson, portato in TV nel 1985. Protagonisti della vicenda sono due ragazzi, Jess e Leslie decidono di esplorare i dintorni del luogo fino al bosco, che però non possono raggiungere a causa di un piccolo torrente. Vicino alla riva è appesa ad un ramo una corda, utilizzata in precedenza da qualcuno per attraversare il corso d’acqua. Leslie, nonostante Jess non si fidi, lo convince ad utilizzarla, ed insieme attraversano il torrente inventando per gioco che la corda sia magica e li conduca in un mondo incantato di cui loro sono il re e la regina. Il luogo che chiamano “Terabithia” è popolato da antiche creature mistiche, note come terabithiani, ma anche da creature malvagie, alle quali i due ragazzi associano i bulli della loro scuola.

Il loro posto preferito in tutta Terabithia è una piccola casa su un albero, trovata a pezzi, che loro si impegnano a ristrutturare rendendola perfetta per i loro giochi. Così, ogni pomeriggio, i due vanno a Terabithia e, immaginano di vivere fantastiche avventure, combattendo contro le forze del male.
Ebbene si, in provincia di Brescia troverete il Ponte San Vigilio; un’opera d’arte che vive di un’armonia che le è propria, in un sottile equilibrio fra il paesaggio naturale e quello costruito.

Per arrivarci dovrete attraversare una stradina veramente malmessa che vi porterà su un ponte veramente
suggestivo.

Ma non è un ponte qualsiasi perché questo, in realtà, è una vera e propria opera d’arte in natura, tra l’altro sembrerà non finire più!

Bracaglia Morante Maria,
Marucci Sophia, Rebecca Diana Passeri,
Tassa Federica, Toti Francesca.

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Salsiccia e patate? Ce n’è per tutti i gusti!

Mezze maniche con crema di patate e salsiccia

Chi non ama patate e salsiccia? E soprattutto, chi non ama la pasta? Da questo pensiero nascono le mezze maniche con crema di patate e salsiccia croccante!

Ingredienti:

•        400 g di patate

•        100 g di pecorino

•        300 g di salsiccia

•        400 g di mezze maniche rigate

•        q.b. olio evo, sale e pepe.

Procedimento:

Pelare le patate, tagliarle a cubetti e lessarle in abbondante acqua salata; In una terrina unire le patate, il pecorino, l’olio evo, l’acqua di cottura delle patate, un pizzico di sale e pepe e frullare il fino ad ottenere un crema (aggiungere altra acqua e/o olio nel caso in cui risultasse troppo densa). In una padella soffriggere mezza cipolla tritata finemente con due cucchiai di olio evo e rosolare la salsiccia sbriciolata fino a farla diventare croccante e ben dorata. Versare le mezze maniche cotte al dente insieme alla crema di patate e ad un goccio d’acqua di cottura e mantecare il tutto fino a completare la cottura.

Le patate viola fanno parte della famiglia delle Solanacee. Si tratta di una varietà antica di tubero Originario del Perù e del Sud America, queste patate arrivarono in Europa al tempo della colonizzazione. Sono particolarmente ricche di sali minerali, vitamine contengono inoltre sostanze dal potere antiossidante che ci proteggono dal rischio di ictus e malattie cardiache, per questo prendono anche il nome di patate “salva-salute”.

Sono poco caloriche, si calcola che apportino al nostro organismo circa 44 calorie. Si possono inserire quindi nell’ambito di una dieta equilibrata e varia. Queste patate hanno un sapore dolce che somiglia un po’ a quello delle castagne e un profumo che ricorda la nocciola, ecco perché si possono utilizzare con successo anche nella preparazione dei dolci!

Crocché alla moda

Avete mai mangiato un crocchè viola? Seguendo questa ricetta potrete preparare dei meravigliosi e buonissimi crocchè di patate con le vostre mani!

Ingredienti

  • 500 g patate viola
  • 1 fiordilatte
  • 1 Uovo intero e due albumi
  • qb sale, pepe e prezzemolo
  • 4 cucchiai parmigiano grattato
  • qb pangrattato
  • 2 cucchiai pecorino grattato
  • qb olio per friggere

Preparazione

Lessare le patate in abbondante acqua. Una volta cotte, lasciarle intiepidire e spellarle. Poi schiacciarle; Ponete la purea in una ciotola a cui aggiungeremo sale e pepe, prezzemolo tritato, l’uovo intero, parmigiano e pecorino. Amalgamare bene tutti gli ingredienti; Dopo aver fatto scolare la mozzarella dal latte in eccesso, tagliamolo a striscioline; Prendiamo un po’ di purea di patate e adagiate al centro 1 bastoncino di fiordilatte, richiudete  il tutto formando un piccolo cilindro;

Una volta pronti tutti i crocchè tuffateli nell’uovo sbattuto e passateli nel pangrattato (se desiderate una panatura più croccante e presente ripetete l’operazione un’altra volta); Riscaldare una padella con olio e friggere i cilindretti per circa 3-4 minuti a fuoco medio.

Scolare i crocchè su carta assorbente e servire tiepidi!

Insalata Elena, Fiorini Elettra, Boudour Linda

Pubblicato in: NOI, poesiando, Tír na nÓg

Voglio raggiungere il limite

Voglio raggiungere il limite.
Raggiungere quella piccola linea che ci divide dai sogni, e distruggerla spaccandola in mille pezzi.
Voglio superare il limite.
Quello che in tanti mi hanno detto che non sarei riuscita ad oltrepassare, perché troppo debole.
Voglio nuotare finché l’acqua non diventa troppo fredda ed il sole non basta più per riscaldarla.
Voglio ballare tutta la notte senza preoccuparmi di dover tornare a casa per le undici, ma il giorno dopo.
Voglio cantare a squarciagola per farmi sentire dall’altra parte del mondo.
Voglio essere felice, ma così felice da far così schifo anche a me stessa.
Voglio poter volare, volare in alto e toccare le nuvole bianche e soffici, e viaggiarci dentro.
Voglio poter seguire il cuore, e non più la testa.

— Syria Costantini

Pubblicato in: poesiando, Tír na nÓg

Baciarti

Baciarti
fino a far gonfiare le labbra.
Toccarti
fino a cancellare il confine
tra il tuo corpo e il mio,
e unirci
in una poesia.
Graffiarti,
morderti
fino ad appartenerci completamente.
Stringerti
fino a toccare il cielo con un dito,
a raggiungere la pace.
Guardarti
per far sorridere
bocca, occhi e anima.
Amarti
fino a perdere le parole,
a far bruciare il cuore.
Fino ad essere felice.

— Aurora Tulli

Pubblicato in: Attualità, W.A.P.

Dal parco nazionale di Yellowstone a Hveravellir, andiamo alla scoperta di piscine naturali!

Nonostante l’Islanda sia la patria indiscussa dei gayser, in giro per il mondo se ne possono trovare moltissimi altri, alcuni dotati di una bellezza mozzafiato. Queste sorgenti termali quasi roventi, con acque che vanno dai 38°C ai 40°C, possono raggiungere e superare anche i 100 °C.
Oggi, vogliamo condurvi nel Parco Nazionale di Yellowstone negli USA, primo al mondo ad esser stato istituito, nel 1872. Area dominante, e sicuramente la più frequentata è quella del Grand Prismatic Spring, il lago arcobaleno; 110 metri di diametro per una profondità massima di circa 50 metri, sono riusciti ad aggiudicarsi il titolo di piscina naturale più grande degli Stati Uniti, mentre invece si trova al terzo
posto nella classifica mondiale.

Il Grand Prismatic Spring fu battezzato così durante la spedizione di Ferdinand Hayden del 1871, per via del suo arcobaleno di colori che variano dal blu profondo nel preciso centro, ad un azzurro di transizione, per poi volgere gradatamente al verde delle alghe lungo il bordo superficiale; mentre invece, al di fuori del cerchio una banda di colore giallo sfuma in un arancione dominante, che poi termina in un bordo addirittura tendente al rosso.
Un vero e proprio occhio colorato, se visto dall’alto, posto nel cuore dell’immenso supervulcano di Yellowstone, che occupa un’estensione di 55 x 72 chilometri. Nella camera magmatica situata sotto al parco nazionale, a circa 90 chilometri di profondità, si stima siano contenuti 200-600 chilometri cubi di roccia fusa.

Le colorazioni, che riproducono a tutti gli effetti un arcobaleno circolare, sono dovute ad un tappeto microbico di alghe termofile e di batteri, che si sviluppa soprattutto lungo il perimetro, dove l’acqua è meno profonda e maggiormente ricca di minerali.

La quantità di colore nel tappeto microbico dipende dal rapporto tra la clorofilla e i carotenoidi, ma anche dal gradiente di temperatura. In estate, il tappeto tende all’arancione ed al rosso, mentre in inverno tende al verde scuro. L’estremo calore dovuto alla sorgente situata nel mezzo del lago fa sì che la zona centrale dello specchio d’acqua risulti sterile.

Ora vi portiamo in una “piscina naturale” situata in Islanda. Sì, questo posto offre la possibilità di divertirsi e qui vi giungono migliaia di turisti per fare bagni rilassanti. (I fan di Skam potranno forse trovare qualche somiglianza con una scena della quarta stagione!).

Tale zona è raggiungibile tramite dei percorsi tracking, che vi porteranno alla scoperta di zone inaspettate, con un viaggio che vi trasporterà in copiose bellezze naturali, racchiuse in un unico territorio. Potrete
inoltre svolgere lunghe camminate che si concluderanno in zone dove poter campeggiare ed infine rilassarsi da morire.

Cos’è quello che vedete nella foto?

Ve lo diciamo subito! È Hveravellir, un sito geotermale situato negli Altopiani d’Islanda, tra i ghiacciai
Langjökull e Hofsjökull. La località è un’area protetta particolarmente nota per le sue sorgenti di acqua calda e vapore, affiancate da piscine termali all’aperto.
Vi troverete a constatare di persona l’energia nascosta nel sottosuolo di questa terra.
Sarete accolti da una avvolgente coltre di vapore, quello delle fumarole che si aprono nel terreno desertico, e sentirete il gorgogliare delle acque calde e del fango.

Un ambiente ostile, ma al tempo stesso affascinante che qualcuno ha voluto paragonare all’inferno dantesco. Se viaggiate in tenda questo è il posto giusto per campeggiare, svegliarsi e fare un tuffo nella calda piscina naturale, che renderà il vostro soggiorno ancora più indimenticabile.
Trovate il vostro Yussuf o la vostra Sana, fate il primo passo e trascinatelo/a in Islanda!

Maria Bracaglia Morante, Sophia Marucci,
Rebecca Diana Passeri e Francesca Toti

Pubblicato in: poesiando, Tír na nÓg

Quel giorno

Quel giorno, quello che si direbbe il più felice della mia vita,
Inconsapevole di tutto ciò in cui io sarei andato incontro,
Tutto pareva stesse andando bene per la prima volta,
Ma al sentir di quelle parole tutta la felicità era svanita,
Sentii come tutto mi stesse remando contro,
E ora mi domando quante altre volte ancora io debba soffrire per arrivare a una svolta,
Quante altre volte io debba star male per ragioni di cuore,
Quanti problemi io debba ancora affrontare per trovare la felicità,
Quanto tempo dovrà passare per trovare il primo vero amore,
E per quanto altro ancora questo senso di solitudine durerà
— Emanuele Calicchia

Pubblicato in: Attualità

Intimità rubata

Vendetta porno, mai sentito parlarne? Più conosciuto con il nome di revenge porn, si tratta del fenomeno caratterizzato dalla condivisione pubblica di contenuti intimi senza il consenso dei protagonisti degli stessi. Lo scopo principale, per i carnefici, è quello di umiliare e vendicarsi della persona coinvolta. Questa pratica può essere considerata come una vera e propria forma di violenza e abuso psicologico.

Molto spesso le immagini o i video sono accompagnati da informazioni personali della vittima, come la residenza, il numero di telefono e i profili social. Alcuni considerano questo ripugnante atto come un gioco, altri lo utilizzano per ricavare un guadagno economico, vendendo le immagini sessualmente esplicite, altri ancora tentano il ricatto minacciando di diffondere le immagini, a meno che la vittima non paghi una certa cifra o non faccia ciò che le viene richiesto. In Italia, secondo la Polizia delle Comunicazioni, il fenomeno sta raggiungendo picchi preoccupanti: ci sarebbero infatti due episodi di revenge porn al giorno, e nel Novembre del 2020 le indagini in corso sarebbero state più di mille.

Sono stati trovati gruppi Telegram, composti da un gran numero di persone, in cui padri di famiglia, fratelli, ex accaniti si scambiavano foto delle proprie figlie, sorelle e fidanzate, spesso anche minorenni, trattando il corpo femminile come vera e propria merce. Tra i fatti che più hanoo sconvolto l’opinione pubblica, ricordiamo il recente caso di una maestra torinese, le cui foto sessualmente esplicite sono state diffuse dall’ex-fidanzato in una chat di compagni di calcetto, di cui era membro anche il papà di una bimba iscritta proprio nell’asilo in cui la vittima lavorava. Ciò che più ha destato clamore è stata la reazione della direttrice scolastica, che aveva costretto la maestra alle dimissioni.


Qui da noi si è iniziato a parlare del revenge porn nel 2016, quando Tiziana Cantone, una ragazza di 31 anni, decise di porre fine alla sua vita in seguito alla diffusione online dei suoi video privati intimi senza il suo consenso, i quali divennero terreno fertile per memes o insulti. Oggi i giornali raccontano che la ragazza, in seguito a tale infamia, decise di lasciare il suo lavoro e la sua città, per passare qualche mese in Toscana lontano da conoscenti, amici e altre persone che avrebbero potuto riconoscerla. La ragazza iniziò a soffrire di depressione e altri gravi disturbi emotivi, che la portarono a tentare il suicidio più di una volta.

Nel 2019 è stato dunque introdotto il reato di “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate”, punito con la reclusione da uno a sei anni. La pena è prevista non solo per chi ha acquisito o diffuso per primo il materiale, ma anche per chi lo inoltra a sua volta. Se oggi abbiamo questa legge, è anche grazie all’impegno dell’attivista e ricercatrice Silvia Semenzin, che da anni studia questo fenomeno e si impegna ad educare le persone sul legame tra internet e sessualità. Il problema più preoccupante è il legame che è stato creato tra il corpo femminile e un consumo di tipo erotico; questo implica che l’immagine di un corpo femminile, seppur vestito, sia intrinsecamente pornografico.

Ciò su cui dobbiamo riflettere, in particolar modo, non è la decisione di una donna di produrre del materiale pornografico, ma la questione relativa al consenso di cui una donna deve sempre poter disporre nella creazione, pubblicazione e diffusione dei propri video hot.

Tra i numerosi obiettivi sociali da conquistare negli anni a venire, c’è sicuramente lo spazzare via la disumana convinzione che il corpo femminile sia oggetto sessuale, ma anche il non vedere più come vergognoso ciò che dovrebbe essere considerato normalità: perché le vittime di revange porn vengono additate come persone senza dignità e rischiano di perdere la propria posizione nel mondo lavorativo o la rispettabilità nella vita di tutti i giorni? È così scandaloso nel 2021 accettarsi ed essere consapevoli della propria sessualità?

Federica Del Nero, Anna Di Meo, Ludovica Dell’uomo, Alice Tagliaferri, Benedetta Rizzo

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Messico in tavola

La cucina messicana è una delle più apprezzate al mondo per i suoi gusti piccanti, intensi e particolarmente speziati. Si tratta di una cucina apprezzata per la sua genuinità e spesso temuta per il suo carattere particolarmente hot.

La cucina messicana ha origini molto antiche: quando i conquistadores spagnoli raggiunsero la capitale azteca Tenochtitlán, scoprirono che la dieta indigena consisteva principalmente di piatti basati sul mais, conditi con peperoncini ed erbe e spesso accompagnati da fagioli. Nel tempo i conquistadores combinarono una dieta composta da riso, manzo, maiale, pollo, vino, aglio e cipolle con i prodotti del posto ( cacao, pannocchie, pomodori, vaniglia, avocado, papaia, ananas, peperoncino, fagioli, zucca, patate dolci, arachidi e tacchino).

Oggi vi porteremo quindi a gustare sapori nuovi ma facilmente riproducibili nelle cucine di ognuno di noi!

Fagioli alla messicana

Ingredienti:

• 500 gr di fagioli borlotti
• 1 cipolla
• 4 spicchi d’aglio
• 60 ml di olio d’oliva
• 2 peperoni, oppure 4 peperoncini piccanti secchi
• 1 barattolino di concentrato di pomodoro
• 500 gr di salsicce
• 1 foglia di alloro
• 1/2 bicchiere di vino bianco
• 2 mestoli d’acqua
• sale q.b.

Preparazione:

Tritate la cipolla e mettetela in un tegame insieme ai peperoncini tritati, all’aglio e alla foglia di alloro;
Aggiungete lo strutto o l’olio e lasciate imbiondire il tutto, nel mentre spellate le salsicce ed aggiungetele al condimento.

Appena si sono rosolate, sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare, eliminate poi gli spicchi d’aglio;

A questo punto aggiungete il concentrato di pomodoro e subito dopo unite il brodo. Mescolate il tutto ed unite i fagioli che in precedenza avete cotto, oppure due barattoli di fagioli borlotti. Regolare di sale a vostro piacimento;

Fate cuocere il tutto per circa 20 minuti a fiamma molto bassa, fino a fargli ottenere una consistenza cremosa. Dopo la cottura non resta che servire questa pietanza gustosissima e anche un po’…HOT!

Tacos

Che cosa sono i tacos?
I tacos sono un famoso street food tipico della cucina Tex-Mex, una preparazione
semplice e gustosa ideale per un pranzo sfizioso o da preparare per un picnic.
Si tratta di una sorta di panino messicano che permette ripieni pressoché infiniti.

Ingrediente base sono sicuramente le tortillas di mais, da farcire come si preferisce, solitamente si aggiunge carne, cipolla.
Per preparare i tradizionali tacos messicani non può mancare
il guacamole e la salsa piccante a base di chili, pomodoro, peperone e peperoncino.
Oltre ai classici tacos di carne, vanno per la maggiore anche i buonissimi tacos di
pollo, quelli che vedremo in questo articolo.

Ingredienti:

• 6 petti di pollo
• fagioli neri 400g
• salsa chili
• una cipolla
• peperone rosso 1
• formaggio cheddar
• mix di spezie a vostro gusto
• foglie di lattuga

Preparazione:
Dopo aver pulito la cipolla, lavato e tagliato il peperone a dadini, scolato e sciacquato velocemente i fagioli neri in acqua corrente e tagliato il petto di pollo a bocconcini, mettete la cipolla tritata in padella con un filo d’olio.

Una volta che si è ben rosolata, aggiungete i peperoni e regolate di sale.
Fate cuocere per circa 5 minuti e aggiungete la salsa chili (composta da passata di pomodoro e peperoncini) e i fagioli neri;

Fate cuocere a fiamma media per altri 10 minuti;
Nel frattempo iniziate a cuocere il pollo condito con il mix di spezie e un filo d’olio, e una volta cotto, unitelo ai peperoni in modo tale che i sapori si mescolino per bene.

Inserite il condimento all’interno di un tacos insieme a qualche foglia di lattuga e pomodorini che conferiranno una nota di freschezza!

A questo punto sarete pronti per portare in tavola un tocco di colori messicani e gustarvi questo meraviglioso piatto ricco e speziato!

Torta tres leches

La torta tres leches è una torta tipica messicana, una sorta di pan di spagna bagnato da tre tipi di latte: intero, condensato e panna. Si tratta di un dolce cremoso e fresco.

Ingredienti:

• 170 gr farina 00
• 5 uova
• 1 cucchiaio estratto di vaniglia
• 1 bustina lievito
• 170 gr latte condensato
• 250 ml panna fresca
• 250 ml latte intero
• 250 ml panna fresca (per l’impiattamento)

Preparazione:

Preparate il Pan di Spagna separando gli albumi dai tuorli;
Lavorate i tuorli con lo zucchero e un l’estratto di vaniglia (fino a che non ottenete un composto chiaro e spumoso).

Aggiungete poi le polveri ben setacciate al composto, in modo tale che non si formino grumi;
Montate a neve ferma gli albumi e aggiungeteli all’impasto di uova e farina.
Mescolate delicatamente dal basso verso l’alto per non fare smontare il tutto;

Ora che l’impasto è pronto versatelo nella tortiera, precedentemente imburrata ed infarinata.

Cuocete la torta a 180° per circa 40 minuti, fino a doratura. Lasciate raffreddare completamente.
Tagliatela in otto parti uguali e mettetela da parte.

In una ciotola mescolate la panna, il latte condensato e il latte fresco.
Versate i tre latti sulla torta e coprite con la pellicola alimentare.
Riponete la torta in frigorifero per circa due ore.

Unite lo zucchero a velo alla panna e, con una frusta elettrica, montatela.
Tirate fuori la torta dal frigorifero e accompagnatela con un bel cucchiaio di panna montata!

Consigli furbi
Potete preparare il Pan di Spagna con un giorno di anticipo, ma abbiate comunque cura di bagnare l’impasto solo due ore prima di servirla.
Una volta bagnata la torta è necessario che riposi almeno un’ora per impregnarsi completamente.
Potete decorare la torta anche con la frutta fresca di stagione.
Se non amate i gusti troppo dolci allora non aggiungete lo zucchero a velo alla panna e aggiungete solo una bacca di vaniglia.

Buon appetito!

Elena Insalata, Linda Boudour, Elettra Fiorini, Elisa Scardella, Veronica Morganti

Pubblicato in: Tír na nÓg, Tir na nog

Accéttati, nonostante tutto

Questo articolo, nel quale voglio affrontare un argomento molto delicato, ovvero l’accettare se stessi, è un articolo rivolto a tutti. Tale tema sicuramente rientra in una sfera adolescenziale vastissima, ma voglio concentrarmi sulla realtà delle persone della comunità LGBTQ+. Premetto che, solamente per non dover riscrivere sempre questo lungo giro di parole, mi riferirò a tutti i facenti parte di tale comunità (a tutti noi) con la limitata espressione di “ragazzi gay“.

Ci sono alcuni di noi che comprendono già  da piccoli il proprio orientamento sessuale, altri invece necessitano di tempo per riflettere, sperimentare e capire; una volta appreso ciò, subentra questo grande mostro che, per molto tempo, rimane sotto il nostro letto: l’accettazione. Alcuni ragazzi non vedono un male (giustamente) in ciò che sono, altri purtroppo sì, e sapete da cosa nasce questo non accettarsi? Dal continuo definire “normale” un modello, che, in questo caso, è l’eterosessuale.

Perché non ci accettiamo a volte? Perché vediamo molti altri ragazzi vivere una vita, sotto questo punto di vista, più semplice, ragazzi che non vengono ricoperti di insulti dai propri coetanei, che sono apprezzati, integrati all’interno dei gruppi, non sono oggetto di discriminazioni, non vengono cacciati di casa dai propri genitori. Vedere la serenità con cui vivono le persone eterosessuali e la consapevolezza che il nostro orientamento o la nostra identità di genere possano precluderci tante possibilità, ci strazia a tal punto da farci sentire inadeguati. Ammettiamolo, chi non si è mai posto la domanda “Ma se tutti sono fatti in quel modo e io no, non è che sono sbagliato io?” ? Tutte queste idee malsane che ci frullano nella testa finiscono per nidificare nel nostro cervello, per diventare delle ossessioni e le conclusioni che ne traiamo non sempre solo quelle corrette: spesso giungiamo a credere che “il normale” esista, identificandolo nel modello quasi idolatrato del ragazzo eterosessuale, nel quale noi non ci riconosciamo.

Iniziamo a pensare cose come “Beh se agli altri piace un ragazzo fatto così, di certo non piacerò io, dovrei provare ad essere come lui“, tentiamo di assimilarci a un modello che non ci appartiene, di sfuggire al nostro vero essere per piacere agli altri ma anche a noi stessi. Nonostante ciò che si possa pensare, infatti, anche noi siamo influenzati dal contesto in cui viviamo, anche nelle nostre teste sono state inculcate alcune idee, non siamo tutti “rivoluzionari”, ma soprattutto timidi e insicuri, incapaci di amare noi stessi.

Crescendo, per fortuna, ci rendiamo conto (ma non sempre) che non esistono modelli da seguire, non esiste una normalità alla quale bisogna conformarsi, perché l’unico modello a cui ispirarsi è la versione migliore di se stessi; cominciamo a sentirci “normali”, non più “strani” o “diversi”, incontriamo persone più mature che sanno apprezzarci per come siamo e di conseguenza lo facciamo anche noi.  

Purtroppo non sempre siamo in grado di capire che la nostra identità ci rende speciali, unici, e non lo comprendono neanche i genitori: questi ultimi (non sempre fortunatamente), a volte vorrebbero che i figli fossero  in un certo modo e nello scoprire che non rispecchiano le loro aspettative reagiscono male, ora picchiandoli, ora insultandoli, ora cacciandoli di casa, ora provando a “farli curare”, ora uccidendoli. A malincuore ammetto che il coming-out di un “ragazzo gay” può provocare anche le suddette reazioni, e non c’è nulla di più doloroso. Dopo aver compiuto un lungo percorso di riflessione e accettazione si arriva davanti a mamma e papà con la dichiarazione da fare, nella speranza che apprezzino la sincerità, e invece cambia tutto: in un secondo viene smontato tutto quello che un ragazzo aveva costruito negli anni, come il ritenersi “normale” e “adeguato”, il senso di appartenenza, ma soprattutto la credenza che i genitori l’avrebbero amato nonostante tutto. Un genitore dovrebbe amare sempre un figlio incondizionatamente, a prescindere dal suo orientamento sessuale, a prescindere da tutto, senza mai farlo sentire “sbagliato” o “una delusione”, perché l’unica vera delusione è il comportamento di un padre o di una madre che non hanno saputo dare il proprio sostegno al figlio, il quale prima di  riuscire a dichiararsi quale “ragazzo gay” ha dovuto affrontare mille difficoltà e superare innumerevoli ostacoli sociali.

Svariate possono essere a questo punto le reazioni del ragazzo, che può rispondere a tono, facendo capire ai propri genitori il loro errore, oppure subire in silenzio quest’ingiustizia riservatagli dalla vita; in ogni caso il ragazzo non sarà più lo stesso, non sarà più quello spensierato e gioioso di un tempo, non sarà più quello che stava iniziando ad accettarsi, ma avrà nuovi mostri da combattere e incubi da vivere di giorno oltre che di notte. Quando ciò accade subentra un grave senso di solitudine, quella che prima si considerava casa ora rappresenta solo un’altra sede di malessere e pessimi ricordi, la famiglia non è più un punto di riferimento o un modello, l’unica vera famiglia o casa resta la comunità LGBTQ+, all’interno della quale ci si riconosce, si trovano persone simili e spesso ci si sente meno soli.

A te che forse stai leggendo questo articolo, a te che non devi necessariamente far parte della comunità LGBTQ+, a te che forse non ti apprezzi, a te che non vieni trattato come meriteresti da chi ti sta accanto, a te che sei caduto e stai cercando di rialzarti, a te chiedo col cuore di accettarti sempre, perché sei perfetto così, sei speciale e non devi essere altrimenti; ricordati che sei un piccolo tassello di cui il mondo ha un disperato bisogno, poiché senza di te non sarebbe così unico, come anche tu hai bisogno di te stesso, quindi amati sempre incondizionatamente, nonostante tutto, nonostante tutti, fallo per te stesso!

Foto: Matt Bernstein, @mattxiv

Pubblicato in: Attualità, Cultura e Intrattenimento, Macusa

Il mostro di Loch Ness

Song co-reading: sigla Scooby-Doo


Tutti noi sappiamo quanto siano belle Edimburgo,Glasow e Perth, ma conoscete Nessie?
E no, non stiamo parlando di una città, bensì di un nome dato affettuosamente al mostro di Loch Ness, omonimo lago.
Il lago Loch Ness si trova a sud-ovest di Inverness: lungo circa 37 km e largo poco meno di due, raggiunge la notevole profondità di quasi 230 metri; è da questa profondità che prende vita il suggestivo mistero di Nessie.

Si narra che già nei tempi antichi, nel 565 d.C., proprio nel Ness vi fosse il santo irlandese Colombano, diventato famoso nei paesi celtici per essere un distruttore di mostri e draghi. Il sant’uomo avrebbe infatti prima richiamato e poi sconfitto una creatura lacustre dalle fattezze mostruose proprio in quel loch.
I successivi tredici secoli sono pieni di racconti, leggende e avvistamenti di vario genere collegati a creature altrettanto fantastiche, rientranti in pieno nella normale evoluzione della cultura rurale di una zona particolare quale è quella che circonda la Great Glen, la leggendaria collisione tettonica che sollevò le Highlands scozzesi e aprì una gigantesca spaccatura attraverso l’intera larghezza del paese. Ora occupa i quattro immensi loch scozzesi.

‘’Fotografia del chirurgo’’, di R. K. Wilson (1933), rivelatasi falsa in quanto era un sottomarino giocattolo.

Ad esempio nel XX secolo il dottor D.Mackenzie rivelò di aver visto una sagoma ‘’contorcersi e agitare l’acqua’’, mentre nel 1930 dei collegiali di Drumnadrochit raccontarono al loro professore di aver visto «un animale davvero straordinario e spaventoso nelle paludi che bordano la baia di Urquhart – il castello situato sulle rive del loch – […] emerge e si immerge ripetutamente nelle acque del lago».

Della creatura si ha una descrizione dettagliata grazie ad Alex
Campbell, guardiano ufficiale delle acque per il Loch Ness Fisheries Board: un essere dal lunghissimo collo serpentino, col corpo di almeno trenta piedi di lunghezza e testa abbastanza piccola in proporzione al resto. 

Ma quali sono le spiegazioni che sono state date per la presenza del mostro?

La più popolare in assoluto è quella della presenza di una ristretta popolazione di Plesiosauri, una specie di dinosauri dal collo lungo scomparsa nell’ondata di estinzioni avvenuta nella parte terminale del periodo Cretaceo, giustificata in vista delle dimensioni e della dieta a base di pesce.
Altri appassionati, accantonati i dinosauri, si sono limitati a ipotizzare un’evoluzione di animali molto più comuni, come foche dal collo lungo o lumache marine giganti.
Non avendo ricevuto alcun riscontro e in mancanza di prove fisiche della creatura, ci si è avvicinati successivamente nell’ambito degli avvistamenti paranormali.

In particolare, alla leggenda di Nessie sono stati collegati effetti sulla mente umana delle linee di faglia e di altri fenomeni geofisici in prossimità di queste, tant’è che si dice che gli altri loch del Greta Glen siano abitati da mostri di vario tipo. 
Sostanzialmente queste aree di faglia sarebbero delle “finestre” per strani fenomeni, tanto da far considerare alcuni avvistamenti della creatura come, invece, apparizioni di fantasmi.
Insomma, spiegare un tale mistero con altrettante teorie paranormali non è molto proficuo.
Per altri infine, questa non è altro che una strategia per alimentare il turismo nella zona.

Il mistero che ruota attorno alla figura di Nessie è tutt’ora irrisolto, ma continua a rendere il lago di Loch Ness un intrigante posto da conoscere; inoltre ha ispirato numerosi libri, documentari e film.
Tra quest’ultimi abbiamo:
– The Loch Ness Horror, di Larry Buchanan (1981)
– Magia nel lago, di Rick Stevensonson (1995) 
– Scooby-Doo e il mostro di Loch Ness (2004)
– The Water Horse – La leggenda degli abissi, di Jay Russell (2007)
– La ballata di Nessie (The Ballad of Nessie), di Stevie Wemers-Skelton e Kevin Deters (2001).

BONUS 
Un team internazionale composto da ricercatori delle università di Otago (Nuova Zelanda), Copenaghen (Danimarca), Hull e Highlands e Isole (Regno Unito), ha effettuato un’indagine sul DNA del lago nel giugno 2018. Ha prelevato circa 250 campioni di acqua del loch, con cui gli scienziati son riusciti a individuare 3.000 specie diverse -«molte di queste così piccole che non potreste neanche vederle» dice il genetista neozelandese, Neill Gemmell. 
I dati pubblicati un anno dopo dimostrano che in ogni area del lago  siano presenti in quantità significative tracce di DNA di anguille e sicuramente non di pesce gatto, squali o tantomeno dinosauri.
«Quindi sono anguille giganti? – ha proseguito – Beh, i nostri dati non rivelano le loro dimensioni, ma la grande quantità del materiale dice che non possiamo scartare la possibilità che esistano e quindi nemmeno che siano ciò che la gente vede e crede sia il mostro di Loch Ness».

Elena Fagiolo, Lorenzo Satta, Federica Tassa, Aurora Minnucci

Pubblicato in: Tír na nÓg

Tutto lo spazio che c’è

“I am Nobody! Who are you? […] How dreary- to be- Somebody!”

Così scriveva Emily Dickinson in I’m Nobody! Who are you?, come è squallido essere Qualcuno.
Trova il limite nella definizione, Emily, e mi sembra anche una strada valida.
Ma non posso concordare.
È vero, siamo moltitudini. Nella moltitudine che conteniamo abbiamo però forma unica e come una rete raccogliamo miriadi di cose dal fondo marino perché siano unite e legate nella loro diversità a formare Noi.

Dandoci un nome, pronunciandolo e presentandoci attraverso di esso ci affermiamo come qualcosa che c’è, che occupa spazio nel mondo e di quello spazio fa casa. Qualcosa che ha valore e calore, o meglio Qualcuno, e mi sembra un potere incredibile da detenere quello di essere e avere una voce per pronunciare il nome che ci hanno dato e le parole che ci siamo scelti.
Proclamare di essere Nessuno forse ci libera dalla prigione dell’essere, ci dà l’illusione di aver scavalcato il limite del corpo mortale (carne troppo stretta intorno alle valli della nostra mente, muscoli scattanti eppure immobili di fronte alla potenza immaginativa che abbiamo dentro), ma ci rende parte di un cosmo senza confini che annulla i nostri sforzi.
Senza limiti a dividerci da ciò che ci circonda tutto lo sgomitare che abbiamo subìto per arrivare alla sedia in prima fila diventa inutile, tutti gli scontri e le ammaccature e i lividi per giungere infine nel posto giusto.

Essere Tutto ed essere Nulla insieme può sembrare il più grande traguardo che la mente è in grado di raggiungere, ma la vera libertà sta nell’affermarsi come Qualcosa, che non è tutto ma nemmeno nulla, è scintilla divina e carne per vermi ed entrambe le cose al tempo stesso, infinità in spazio limitato.
“Omnia tamquam mortales timetis, omnia tamquam immortales concupiscitis”, paura di tutto come mortali e desiderio di tutto come dei. Seneca lo scrive in modo dispregiativo ma cazzo, io non ci sto. Noi siamo i giovani a cui piace guardare le cose che bruciano e ci piace l’idea di bruciare con loro. Siamo i giovani che amano il Catone di Lucano e Giovanna d’Arco, siamo tutti Icaro e vogliamo nei nostri confini mortali tutto il divino che c’è.
Vogliamo prenderci queste ali di cera perché di più non possiamo, imbracciarle e salire su, essere noi e toccare il Sole che è altro, che è tanto di più, che è tutto di più, e assorbirlo nella nostra gabbia con mille altri Soli ed essere ancora noi, Icaro o Elisabetta o Catone o Giovanna, con dentro quella scintilla. Amiamo ciò che ci brucia se la caduta nel mare ha il suo peso-come potrebbe Icaro essere Nessuno?

I Greci e i Romani avevano chiaro questo concetto di identità coi loro epiteti musicali affiancati al nome proprio. Che peso ci portiamo sulle spalle col nome, che liberazione infinita: chiamandomi mi dici ti vedo, mi stai davanti e lo capisco. Accanto al nome per questo, nostra forma originaria, ponevano l’epiteto che rende noto il valore, il passato e tutto ciò che ti guadagni da solo.
Il pregio dell’uomo non prescinde dal limite ma anzi, da esso è potenziato: Leopardi non è solo gli sterminati spazi al di là della siepe, è la siepe stessa. Macrocosmo e microcosmo insieme così, che la negazione di uno dei due fa un torto irreparabile alla nostra natura.

L’amore nasce dalla forma che ci diamo e che scegliamo di condividere, come due cerchi in un diagramma di Venn. Non voglio essere con te Nessuno, non voglio eliminare le linee che ci separano, scavalcarle come Cesare col Rubicone e lasciarti credere di essere Niente. Voglio essere insieme a te due Qualcuno, che magari non sembra gran che se te lo dico così, ma essere sostanza e forma che magari è imperfetta ma lascia la propria traccia sulla realtà, ha un peso e un odore e un suono di voce che parla e tira fuori le cose che ti stanno dentro a questo punto mi sembra migliore, mi sembra che anche se non è Tutto a suo modo vale.
Cos’è l’amore se non la possibilità di prestare attenzione tanto da conoscere l’altro? Nell’Odissea è da questo che si misura il sentimento sincero: persino Argo, il cane, nel riconoscere sotto mentite spoglie il suo padrone Odisseo ce lo dimostra. È amore perché è conoscenza, perché quello è proprio Odisseo e nessun altro, perché lo vede come unico ed inimitabile ed ora che è tornato va meglio. La balia mostra il proprio affetto quando ne trova la cicatrice, e come si può voler essere Nessuno quando si ha la possibilità di avere persone che mi vogliono così tanto bene da conoscere di me anche le cicatrici che mi son fatto da bambino e a distanza di anni saperne ancora ritrovare i tratti?

“You’ve always seen me. And I think that’s all everyone wants… Seeing someone. Really seeing someone. That’s love.”

Benjamin Alire Sàenz

Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio, recita il momento d’amore più alto in Call me by your name, dammi la tua forma e io in cambio ti darò la mia, ti darò me intero eppure incompleto nella speranza che tu possa prenderti cura delle mie parti, e io non sarò più solo Io e tu non sarai più soltanto Tu, saremo qualcosa di nuovo e più bello che sono Io e Tu e Noi e tutto quel che c’è nel mezzo. Tutte le cose che le reti hanno raccolto nei miei abissi e che ero ora hanno un valore diverso perché qualcun altro le ha viste oltre a me.

Allora non è squallido essere Qualcuno, Emily, è gonfiare il petto d’aria e prendere tutto lo spazio che puoi.

Elisabetta Bracaglia Morante

Pubblicato in: Attualità, EcoLamia

Fast Fashion, si traduce moda veloce, si legge inquinamento immediato

H&M, una delle multinazionali del fast fashion più conosciuta al mondo e amata dagli acquirenti

Che cos’è il fast fashion? Il dizionario lo definisce come quel settore dell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi. Sicuramente il fast fashion può sembrare qualcosa di utile per le persone che hanno un budget limitato e che vogliono comunque vestirsi con stile. Ma come è possibile creare dei vestiti alla moda che costano pochissimo, con prezzi che possono variare dai 5 euro (se non meno) ai 50/60 euro?

Il fast fashion ha un impatto molto pesante sia sull’ambiente sia sulla salute dei propri dipendenti. Basti pensare all’incidente accaduto il 24 Aprile 2013, quando una fabbrica situata in Bangladesh, la Rana Plaza, è crollata, mietendo 1129 vittime e 2515 feriti. L’avvenimento mette in luce come nell’industria del fast fashion la salute dei lavoratori non sia tutelata a dovere ed anzi, venga totalmente trascurata. In queste fabbriche, situate in paesi quali Bangladesh, Cambogia, India o Cina, molto poveri oppure in via di sviluppo, in cui la paga è minima e non ci sono molti controlli a favore degli operai, ci sono moltissime donne e anche ragazze minorenni che lavorano per una retribuzione che può partire dai 3$ al giorno. Queste lavoratrici vengono letteralmente utilizzate per produrre milioni di vestiti e finiscono per lavorare anche 18 ore al giorno: le donne che non riescono a sostenere questo ritmo per ore consecutive vengono licenziate, quelle che rimangono incinte cacciate. Ragazze o bambini vengono sfruttati da queste aziende.

Negli ultimi anni l’industria tessile è diventata la seconda per inquinamento, dopo quella del petrolio. Ciò è dovuto alla moltitudine di multinazionali del fast fashion che sono state create, tra le quali annoveriamo HM, Shein, Zara, Bershka, Walmart, Primark e molte altre. Oltre alle pessime qualità lavorative all’interno di questo settore industriale, i materiali utilizzati e i metodi di smaltimento dei vestiti non sono certo i migliori.

I materiali utilizzati non durano molto, tra questi il principale è il poliestere, derivato del petrolio. I vestiti realizzati in poliestere, quando vengono lavati, rilasciano microplastiche che poi finiranno in mare. Per fabbricarli vengono adoperati coloranti spesso cancerogeni, pesticidi e macchinari che rilasciano gas nocivi nell’aria. Gli indumenti vengono inceneriti o buttati via dopo poco tempo, perché i brand del fast fashion creano tendenze ogni settimana, e per stare dietro alle mode del momento si verificano molti sprechi. I vestiti vengono gettati e se ne comprano di altri.

Gli indumenti non vengono riciclati (anche se il poliestere è molto difficile da riciclare essendo un materiale non organico e derivante dal petrolio, ed ecco perché non potrebbe mai decomporsi senza rilasciare rifiuti) o dati a negozi ‘second hand’ (ovviamente se in condizioni decenti), ma vengono semplicemente inceneriti e buttati nelle discariche.

Adesso vediamo i dati, che sono sconcertanti: ogni anno vengono consumati 1.500 miliardi di litri di acqua per la produzione di questi vestiti, la tintura dei tessuti è responsabile del 20% dell’inquinamento idrico industriale, 190mila tonnellate delle microplastiche che popolano l’oceano sono attribuite ai lavaggi di questi capi fatti di materiali sintetici e i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate ogni anno.

Questi numeri, che non possiamo nemmeno immaginare, fanno rabbrividire.

Emanuela Berehoi