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Pubblicato in: In cucina con Ophelia

La zucca e le sue proprietà

La zucca, ortaggio di cui ci occupiamo in questo articolo, è molto versatile, conosciuto sin dall’antichità per le sue innegabili qualità. E’ ricca di betacarotene, utile per la salute di pelle e vista. Grazie alla vitamina C, aiuta la guarigione delle ferite, attenua i dolori articolari, riduce il colesterolo e lo stress.

Si raccoglie tra Ottobre e Marzo, e proprio in questo periodo si può gustare preparata in vari modi, sfruttandola al meglio. Qui ve ne presentiamo alcuni:

GNOCCHI CON ZUCCA, SPECK E GORGONZOLA

Ingredienti per 4 persone:

1 kg di patate

300g di farina 00

1 uovo

Sale fino q.b.

Semola di grano duro q.b.

Procedimento:

  1. Lessate le patate, pelatele mentre sono ancora calde e subito dopo schiacciatele sulla farina che avrete versato sulla spianatoia;
  2. Aggiungete poi l’uovo leggermente battuto insieme a un pizzico di sale e impastate il tutto fino ad ottenere un impasto morbido ma compatto;
  3. Prelevate una parte di impasto e stendetelo per ottenere dei filoni, spessi circa 2 centimetri, per farlo aiutatevi infarinando la spianatoia con della semola;
  4. Tagliate i filoncini a tocchetti e mano a mano che preparate gli gnocchi poneteli su un vassoio con un canovaccio leggermente infarinato, ben distanziati l’uno dall’altro;
  5. Lasciateli riposare all’aria una decina di minuti e poi sarete pronti per cuocerli in acqua bollente ben salata, non appena verranno a galla gli gnocchi saranno cotti e quindi pronti per essere scolati e conditi.

Ingredienti per il condimento:

Sale

Pepe

1 Cucchiaio di olio EVO

Mezza cipolla

300gr di zucca

150gr di speck

120gr di gorgonzola

In una padella grande far soffriggere la cipolla e lo speck fino a renderlo croccante, in seguito aggiungete la zucca tagliata a cubetti e fatela insaporire per pochi minuti poi aggiungete qualche cucchiaio di acqua e portate a cottura, deve diventare morbida e iniziare a disfarsi in modo da creare una crema (puoi aiutarti con l’aiuto di una forchetta).

Aggiungete gli gnocchi nella padella e fateli saltare con il sugo insieme a 2/3 cucchiai di acqua di cottura. Spegnete il fornello, unite il gorgonzola a cubetti e mantecate.

Gli gnocchi con zucca speck e gorgonzola sono pronti per essere gustati, buon appetito!

 

Elena Insalata, Linda Boudur, Elettra Fiorini, Veronica Morganti, Elisa Scardella

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Pubblicato in: Cultura e Intrattenimento, Il Caffè

Vivian Maier: una Mary Poppins con la fotocamera

È il 1956 e una donna con indosso un abito e un cappello che la ripara dal sole, si fa strada nella Chicago del tempo. È accompagnata dai bambini di cui si occupa come tata.
Fin qui potrebbe sembrare una normalissima governante che passeggia con i bambini, ma c’è molto altro. Vivian ha al collo una Rolleiflex professionale.

Con la sua fotocamera Vivian immortala bambini, uomini, donne, scene di vita quotidiana che adesso rappresentano una parte importante della street photography americana.

La figura di Vivian Maier è avvolta nel mistero. Le informazioni sulla sua vita si hanno grazie alle numerose ricerche di John Maloof. La sua scoperta avvenne per caso nel lontano 2007, quando il giovane Maloof comprò un box messo all’asta. Aveva bisogno di materiale iconografico per una ricerca sulla città di Chicago e, da un giorno all’altro, tra gli oggetti e gli abiti custoditi nel box, si ritrovò con più di 100.000 negativi. 

Iniziò a stampare alcune foto e postarle su Flickr, scatenando così l’interesse di molte persone. 

John Maloof non riuscì mai a conoscere la Maier perché la donna morì nel 2009 a 83 anni, lasciando dietro di sé un’opera di profonda e straordinaria umanità.
Vivian, pur essendo consapevole delle proprie potenzialità artistiche, sviluppò poche pellicole e il suo straordinario talento rimase celato a tutti per troppo tempo.

Dalle notizie raccolte sulla sua vita da Maloof sappiamo che nacque il 1 febbraio 1926 a New York da madre francese e padre di origine austriaca. Dopo la separazione dei genitori, avvenuta nel 1929, Vivian rimase con la madre e insieme si trasferirono a casa dell’amica e fotografa Jeanne Bertrand. Probabilmente fu proprio durante quel periodo che nacque l’interesse della piccola Vivian per la fotografia.

Trascorse la sua gioventù tra Francia e Stati Uniti e tornò negli anni 50 a New York dove
acquistò la sua Rolleiflex che si rivelerà un’insostituibile e preziosa compagna di viaggio in tutto il mondo: Nord America, Filippine, Thailandia, India, Yemen, Egitto, Italia e Francia.

La sua opera più prolifica riguarda scatti fotografici che ritraggono le strade e i quartieri difficili di Chicago e New York. Armata di fotocamera e senso dell’umorismo, con la sua goffa andatura e le camicie colorate, Vivian scattava foto alle persone che incontrava, mantenendo una certa riservatezza, grazie soprattutto al modello della fotocamera.

La Rolleiflex infatti le permetteva di scattare ad altezza della vita e le bastava guardare in basso nel mirino per visualizzare la scena. In questo modo la Maier passava più facilmente inosservata e il soggetto, non avendo una fotocamera puntata all’altezza degli occhi, non sempre si rendeva conto di essere fotografato.

Donna attenta a ciò che la circondava, era affascinata dal bizzarro e dal grottesco che è ben rappresentato nei suoi scatti. Le interessava la cronaca, in particolare gli articoli di giornale che trattavano di omicidi e di violenze.

Numerosi sono anche i suoi autoritratti. Ancor prima che nascesse la moda dei selfie, Vivian sfruttava specchi e vetrine per realizzare composizioni originali e curiose, magari un modo per lasciare un’impronta silenziosa nel mondo in cui viveva, nelle storie che raccontava.

Trascorse la vita a immortalare genuinamente i segni che la vita traccia su ogni uomo,
tenendosi in disparte e semplicemente osservando.

Attraverso le sue fotografie si può intravedere una donna che amava tutte le sfumature dell’esistenza, da quelle più macabre a quelle più ridenti.

Una donna schiva e diffidente, resa tale da un’infanzia difficile, caratterizzata dall’abbandono del padre e dal rapporto con la madre, che trovò un modo per esprimere i suoi sentimenti. Fece della fotografia il suo unico linguaggio.

Stefania Berehoi

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Pubblicato in: Attualità, La nostra scuola

Che l'avventura inizi!

Foto Stefania Berehoi

Ciao a tutti ragazzi!

In questo momento di assoluta emergenza che interessa il nostro caro Paese, noi della redazione di “EdicoLamia”, vogliamo dare voce, ora più che mai, ai nostri pensieri e alle nostre idee con l’avvio di questo sito. Questo sarà un modo per confrontarci, per continuare a mantenere quella normalità fatta di relazioni e di comunicazione… anche se a distanza, una distanza puramente fisica, ma non certo emotiva!

Non vi nascondiamo la nostra paura di poter deludere le vostre aspettative! Ci siamo comunque fatti coraggio e, proprio come una vera squadra coesa verso il proprio obbiettivo, abbiamo deciso di realizzare il nostro progetto al quale stiamo lavorando da più di un mese. Ci auguriamo che i nostri articoli possano farvi riflettere su diverse tematiche di carattere sociale, culturale ed educativo. Non mancheranno rubriche divertenti e lo spazio dedicato ai vostri commenti e ai vostri suggerimenti che saranno fondamentali per migliorare il lavoro della redazione. Il giornalino “EdicoLamia” è la voce di tutti noi… è la voce del Liceo “L. Pietrobono”!

Contiamo sulla vostra preziosa collaborazione!

La Redazione

Pubblicato in: Cultura e Intrattenimento, W.A.P.

Stroll in Rome: esperienze uniche, a portata di mano

Siete stanchi dei soliti viaggi che sembrano impossibili per il vostro portafoglio? Allora siete nel posto giusto perché qui vi elencheremo alcune esperienze a basso prezzo da fare a Roma.

Casina delle Civette, parco di villa Torlonia

Questa è stata la dimora del Principe Giovanni Torlonia jr. fino alla sua morte nel 1938.

È stata ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia e si presentava come un manufatto rustico ed interno era dipinto a tempera imitando rocce e tavolati di legno. Dal 1908 cominciò a subire una progressiva trasformazione, assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”, fino a quando nel1916 l’edificio non cominciò ad essere chiamato “Villino delle Civette” per la presenza di una vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio. Visitando questo luogo, vi sentirete immersi in un’atmosfera da fiaba al prezzo di solo 6 euro per l’entrata.

Tempietto Esculapio, villa borghese

Un’altra esperienza imperdibile è l’affitto di una piccola barca nel laghetto di villa Borghese, da dove potrete ammirare il templio di Esculapio. In stile ionico, il templio fu realizzato tra il 1785 e il 1792 da Antonio e Mario Vespucci ed è dedicato al Dio della medicina.
Probabilmente era prevista solo l’edificazione di un prospetto architettonico per accogliere la statua di Esculapio, portata alla luce presso le rovine del Mausoleo di Augusto, ma successivamente si decise di costruire un piccolo tempio isolato. Il tempio di Esculapio è prostilo poiché presenta 4 colonne davanti alla cella. Fra il frontone e le colonne ioniche è collocata una scritta in greco dedicatoria a Esculapio Salvatore. Al di sopra troviamo inoltre un timpano triangolare, decorato con un bassorilievo a stucco, raffigurante l’arrivo del dio a Roma. Sul tetto vi sono varie statue ellenistiche, mentre dietro il portico vi è l’edicoletta con la statua di Esculapio.

Tutto questo spettacolo trasporta il visitatore in una dimensione magica, è impossibile non rimanere incantati di fronte a tale bellezza.

Orologio ad acqua, villa borghese

Successivamente potrete proseguire la vostra passeggiata nel parco della villa, fino a raggiungere l’”orologio ad acqua”.

L’orologio fu ideato nel 1867 da Giovanni Battista Embriaco, un frate domenicano appassionato di orologi e d’ingegneria, ma fu aperto al pubblico solo a partire dal 1873.


Gli ingranaggi funzionano grazie alla presenza dell’acqua che cade dall’alto e riempie due bacinelle allungate a forma di foglioline in bilico su un perno. Le due bacinelle oscillando attivano il meccanismo che fa girare le lancette segnando così l’ora. La torretta lignea è chiusa da pareti di vetro e al di sopra di questa si ergono quattro quadranti d’orologio, posti su tutti e quattro lati, rendendo visibile l’ora segnata da ogni posizione.

Altri luoghi che non potete non instagrammare a Roma:

Galleria prospettica del Borromini

Ospitata nel palazzo che si trova in piazza Capo Di Ferro che è famoso anche per la sua facciata e per la falsa prospettiva del Borromini;


Villa Pamphili

Una residenza storica che comprende il terzo più grande parco pubblico di Roma e fu aperto al pubblico nel 1972;


Laghetto dell’Eur

Qui si possono fare attività anche con la canoa ed affittare pedalò e barchette a vela, inoltre c’è la famosa piscina delle rose in viale America 20;


Tulip Park

Il primo giardino di tulipani in Italia.

Maria Bracaglia Morante, Marucci Sophia, Rebecca
Diana Passeri, Tassa Federica, Toti Francesca.

Pubblicato in: Tír na nÓg, Tir na nog

Compilation di gattini per maturandi disperati

Dura come Bender, iron come i Maiden
Ma poi piange coi gattini su TikTok

Scooby Doo, Pinguini tattici nucleari

Dalla nostra redazione arriva una compilation di gattini. Non chiedeteci perché.

Compilation di gatti 🙂

https://vm.tiktok.com/ZMeXQgag4/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQEayu/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQguc9/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQt4t7/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQgFDb/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQvy2b/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQC59Y/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQWQaa/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQEosw/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQTHAf/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQQ7RW/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQ3gG4/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQ3QQ1/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCJUgY/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQXaut/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQb9TB/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQoMfh/
https://vm.tiktok.com/ZMeXQTgTV/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQG4eQ/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCJusD/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQbXr5/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQcbQ3/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQnVyU/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQEkLT/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQGRC9/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQtYVW/

https://vm.tiktok.com/ZMeXQTA7n/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCPbGm/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCm4pN/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCamx8/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCYtwc/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCPmUs/

https://vm.tiktok.com/ZMeXCARgU/

https://vm.tiktok.com/ZMeXC862G/

Anna De Vellis

Pubblicato in: Macusa

Gli uomini ombra

Esiste una vasta casistica di persone che in tutto il mondo afferma di aver visto o di aver percepito qualcosa muoversi nella propria casa, o attorno a sé. Alcuni insistono di essere perseguitati dall’ombra di un uomo con soprabito e cappello e che questo non faccia altro che fissarli per poi svanire così come era venuto o non appena il loro sguardo si posa su di lui.

Chi sono questi strani e inquietanti esseri? Vengono chiamati “Shadow People”, uomini ombra,e sono entità capaci di penetrare nel nostro mondo per pochi istanti per poi svanire. Nessuna aggressione, nessun fenomeno psicocinetico, solo un’apparizione, a volte fugace, che si prodiga solo di osservarci.

La leggenda degli uomini ombra ha origini antichissime: tipicamente vengono descritti come figure umanoidi delle quali non si riesce a distinguere un volto. Appaiono nel nulla e scompaiono nel giro di pochi secondi, possono spostarsi molto velocemente e può sembrare che non stiano camminando ma addirittura fluttuando. Alcuni sostengono di essersi svegliati con degli uomini ombra davanti al viso. Alcuni medici sostengono che possa essere una malattia e altri sostengono che tutti questi uomini ombra siano collegati alla paralisi del sonno. Jason Offutt nel libro Darkness Walks racconta le sue esperienze e le sue ricerche riguardanti gli uomini ombra. Secondo lui le tipologie esistenti di uomini ombra sarebbero sette:

1. Ombre benigne: non interagiscono con le persone e queste non sembrano nemmeno percepirne la presenza fino ad un evento scatenante che permetterebbe di osservarle in modo fugace.
2. Ombre negative: non interagiscono esplicitamente, si limitano ad osservare le persone. Chi le vede assicura di aver sentito provenire da queste entità una sensazione molto sinistra.
3. Ombre dagli occhi rossi: queste apparizioni sono tra quelle più inquietanti. Chi le ha viste, sostiene che esse potrebbero nutrirsi della paura che incutono nelle persone che le incontrano. Ciò che le differenzia dalle altre ombre sono appunto gli occhi splendenti di un rosso rubino.
4. Ombre incappucciate: Anche queste come quelle precedenti, hanno spesso gli occhi rossi, ma sembrano avere un cappuccio in testa simile a quello dei monaci. Sempre come le precedenti, si nutrono della paura che generano nel prossimo.
5. L’uomo con il cappello: è una entità molto caratteristica ed è quella più osservata dai testimoni. E’ descritta a volte come benigna, e altre come maligna. Può avere gli occhi rossi ma non sempre. La sua principale preoccupazione non è incutere paura, anzi, spesso sembra comportarsi da mero osservatore. La caratteristica di quest’ombra è il cappello di tipo Fedora o borsalino che indossa.
6. Ombra ronzante: tipo di ombra molto rara. La sua apparizione è accompagnata da un ronzio elettrico. Chi le ha viste, sostiene che questo sia il loro modo di comunicare con i diretti interessati, che però non sono in grado di percepire il significato dei suoni;
7. Ombre animali: spesso avvistati sotto forma di gatto e di cane, in quest’ultimo caso hanno alcune volte gli occhi rossi. Queste sono però molto rare.

Ma come fanno a nascondersi ai nostri occhi? Come decidono di manifestarsi? Ci viene in mente una teoria ed è quella che con ogni probabilità essi riescano a nascondersi sfruttando il punto cieco della retina, quindi muovendosi in continuazione per essere sempre all’interno di quel ristretto punto della vista che il cervello ricostruisce sopperendo a quella cecità, dandoci l’impressione che non via sia nulla di anomalo.

Elena Fagiolo, Sophia Marucci, Aurora Minnucci, Federica Tassa, Francesca Toti

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Buoni, salutari, ma soprattutto… di stagione! Di chi parliamo?

Buoni, salutari ma soprattutto…di stagione! I carciofi sono ortaggi di cui l’Italia può vantare un primato mondiale di produzione. Ricchi di acqua e sali minerali sono in grado di regolare i livelli di glicemia per cui il carciofo è un cibo adatto anche a chi soffre di diabete. Inoltre, elevato è anche l’apporto proteico che si può ricavare.

Pasta al forno carciofi e scamorza

La pasta al forno con carciofi è un piatto molto ricco adatto a chi ama i sapori delicati. Questa ricetta è semplice e si può preparare in anticipo per il giorno seguente perché riscaldata mantiene la sua cremosità per chi non segue una dieta vegetariana è possibile arricchire la pasta con deliziosi cubetti di pancetta affumicata saltati in padella o fette di speck tagliato a listarelle sottili.

Ingredienti per la pasta al forno:

  • Mezze maniche o paccheri 400 g
  • carciofi da pulire 480 g
  • scamorza  255 g
  • aglio  1 spicchio
  • parmigiano reggiano 50 g
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale fino  q.b.
  • pepe nero q.b.

Ingredienti per la besciamella:

  • farina di riso senza glutine 60 g
  • burro 70 g
  • noce moscata q.b.
  • sale fino  q.b.
  • latte intero 600 g

Procedimento

Per prima cosa pulite i carciofi eliminate le foglie esterne più dure, tagliate le punte, divideteli a metà ed eliminate la peluria interna con un cucchiaino quindi affettate i carciofi a listarelle abbastanza sottili;

In una padella scaldate l’olio di oliva con lo spicchio di aglio sbucciato aggiungete i carciofi, un pizzico di sale e saltateli a fuoco dolce per circa 10 minuti. Una volta cotti, eliminate lo spicchio di aglio e teneteli da parte;

Tagliate la scamorza a cubotti;

Ora cuocete la pasta 3 minuti in meno rispetto al tempo riportato sulla confezione (deve risultare piuttosto al dente);

Intanto preparate la besciamella: in una casseruola scaldate il latte, in un’altra sciogliete il burro e quando sarà completamente fuso aggiungete la farina e mescolate con una frusta per evitare la formazione di grumi;

Quando il latte avrà sfiorato il bollore, unitelo al roux realizzato, mescolate il tutto e una volta che risulterà della giusta densità (abbastanza fluido), toglietelo dal fuoco, aggiungete la noce moscata e salate;

A questo punto la pasta sarà cotta, scolatela e ponetela in una ciotola, aggiungete circa tre cucchiai abbondanti di besciamella, due cucchiai di carciofi e mescolate. In una teglia ovale versate un della besciamella sul fondo, aggiungete pasta,carciofi, scamorza affumicata, parmigiano e besciamella e continuate a comporre il timballo esaurendo tutti i vari ingredienti e terminando poi con i carciofi, la scamorza e del parmigiano;

Cuocete la pasta in forno statico preriscaldato a 200° per 25 minuti e ultimate con cinque minuti di grill. Servite la pasta ben calda e filante!

Carciofi gratinati al forno al profumo di erbe

Bastano pochi ingredienti per trasformare i carciofi al forno in un contorno sano e sfizioso. Una ricetta facile e gustosa perfetta per accompagnare secondi piatti di carne e pesce, ma anche adatta per un pasto vegetariano.

Ingredienti:

  • 6 carciofi
  • 2 limoni
  • 50 g di pangrattato
  • 40 g di pecorino grattugiato
  • 3 cucchiai di prezzemolo fresco tritato (o potete aggiungere altre erbe a vostro gusto)
  • olio extravergine di oliva
  • sale e pepe q.b.

Preparazione:

Per realizzare i carciofi al forno iniziate a pulirli eliminando le foglie esterne, più dure, sino ad arrivare al cuore. Tagliate i gambi lasciandone 2-3 centimetri in lunghezza e rifiniteli con un coltellino affilato in modo da eliminare la parte esterna fibrosa. Una volta puliti metteteli in una ciotola d’acqua con il succo di due limoni;

Fate bollire dell’acqua appena salata e immergete i carciofi per 10-12 minuti;

Intanto preparate gli ingredienti che vi serviranno in seguito: pecorino, prezzemolo, pangrattato, 3 cucchiai d’olio, un pizzico di sale e pepe;

Mescolate il tutto in una ciotola, fino a ottenere un composto sabbioso ma leggermente imbevuto di olio. Disponete i carciofi in una pirofila unta d’olio e cospargete il composto sulle mezze corolle. Completate con un giro d’olio e passate in forno caldo a 180° per 30-35 minuti, facendoli gratinare con la modalità grill per gli ultimi cinque.

Sfornate i carciofi al forno, lasciateli assestare per cinque minuti quindi serviteli!!

Chiara Vellucci, Chiara Dell’Uomo, Elena Insalata

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Si fermava ad ammirare i suoi nei

Si fermava ad ammirare i suoi nei
come fossero costellazioni nei
cieli scuri, che sciolgono i duri
cuori di pietra e quei muri forti
costruiti attorno al cuore. Amore.
Cercava da sempre il posto perfetto
in cui custodire tutto il suo affetto:
quegli occhi grandi, diversi dai tanti,
in cui leggeva parole importanti,
erano per lui due pozze profonde
e il luogo in cui lasciarsi fondere,
perché lei tutto il mondo tenea
lì tra le mani quando lo stringea.

Aurora Tulli

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Mangiare sano? Le carote sono un must

Le carote sono ortaggi di stagione ricchi di proprietà, ne esistono diverse varietà che distinguiamo soprattutto in base al colore.
Tra queste, troviamo le classiche carote arancioni (ricche di beta carotene), le carote rosse (ricche di licopene), le carote viola (ricche di antociani), le carote gialle (ricche di luteina) e le carote nere.
Rispetto ad altri ortaggi e verdure, le carote presentano un contenuto di carboidrati e zuccheri leggermente maggiore, ma non per questo vanno demonizzate! Anzi, assumerle crude prima di un pasto favorisce il senso di sazietà, inducendo a consumare meno cibo.
Oggi vi mostriamo alcune ricette con le carote arancioni, le più classiche in modo che le possiate reperire tutti con estrema facilità.

Panini soffici alle carote e profumo di finocchio

Nulla può eguagliare l’aroma del pane fatto in casa appena sfornato che inebria la casa.
Qui vogliamo mostrarvi come realizzare dei profumatissimi bocconcini di pane alle carote. Si tratta di piccoli e morbidi panini realizzati con un impasto variegato con carote grattugiate, perfetti per arricchire il cestino del pane!

Ingredienti:
Farina di grano saraceno 50 g
Farina 00 450 g
Acqua a temperatura ambiente 250 ml
Carote 200 g
Lievito di birra fresco 12 g
Olio extravergine d’oliva 15 g
Sale fino 12 g
Semi di finocchio q.b.

Preparazione:
Per realizzare i bocconcini di pane alle carote per prima cosa spuntate le carote e poi pelatele;
A questo punto grattugiatele con una grattugia usando i fori più stretti, raccogliete il trito in una ciotola e tenetelo da parte;
Sciogliete il lievito nell’acqua a temperatura ambiente, poi unite le farine in una ciotola capiente, quindi versate qui l’acqua e mescolate con la forchetta per farla assorbire;
Aggiungete poi 150 g di carote grattugiate, il sale e l’olio di oliva;
Impastate con le mani direttamente nella ciotola in modo da raccogliere bene tutti gli ingredienti, poi trasferite il composto su una spianatoia e proseguite a impastare finché non otterrete un panetto omogeneo;
Formate una sfera, ungete con l’olio una ciotola di vetro ampia, adagiate il panetto, coprite con la pellicola per alimenti e lasciate lievitare per 1 ora in un luogo tiepido al riparo dalle correnti d’aria;
Trascorso questo tempo, infarinate la spianatoia, adagiate qui il panetto e stendetelo con un mattarello a uno spessore di 3-4 cm e tagliate dunque delle strisce di impasto in senso verticale e poi orizzontale per ricavare tanti cubetti. Adagiate i bocconcini ottenuti su una teglia rivestita con carta forno;
Guarnite con il trito di carote rimasto e i semi di finocchio e cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per 25 minuti nel ripiano medio basso del forno. A cottura ultimata sfornate la teglia e lasciate intiepidire.
I vostri panini alle carote sono pronti per essere messi al centro delle vostre tavole e siamo sicure che spariranno nel giro di pochi attimi!

Farfalle con pesto di carote

Il pesto fatto in casa è una soluzione facile e veloce per piatti sani e gustosi ma anche un modo creativo per utilizzare i soliti ingredienti che abbiamo sempre in frigorifero! Le carote sono ottime in pinzimonio o come semplice contorno, possono trasformarsi in poche mosse nelle protagoniste di un primo piatto gustoso e genuino come quello che vi proponiamo oggi!

Ingredienti:
Pasta 320 g
Carote 400 g
Gherigli di noci 60 g
Grana padano 30 g
Olio 40 ml
Sale fino q.b.

Preparazione:
Per preparare le farfalle con pesto di carote pelate le carote, sciacquatele e tagliatele a cubetti;
Trasferite le carote in un mixer e unite i gherigli di noce, tenendone qualcuno da parte per la guarnizione, in seguito frullate per ridurre il tutto in purea, poi aggiungete il sale e il Grana Padano grattugiato;
Continuate a frullare versando l’olio un po’ alla volta fino ad ottenere una crema dalla consistenza omogenea;
Quando l’acqua sarà arrivata a bollore, versate le farfalle e cuocetele al dente;
Scolate la pasta tenendo da parte un po’ dell’acqua di cottura, poi aggiungete il pesto di carote e mescolate con cura;
Versate un mestolo dell’acqua di cottura tenuta da parte per rendere il condimento ancora più cremoso, mescolate bene per amalgamare il tutto e poi guarnite il piatto con i gherigli di noce tritati grossolanamente.
le vostre farfalle con pesto di carote sono pronte per essere gustate!

Muffin all’aroma di mandorle e carote

Ingredienti:
150 g di carote
90 g di zucchero
50 g di mandorle
125 g di farina
2 uova
50 ml di olio Di Semi Di Girasole
1 bustina di lievito per dolci
Limone

Preparazione:
Iniziamo pulendo le carote, eliminate le estremità e grattugiatele;
Versate nel mixer le carote assieme alle mandorle e allo zucchero e azionate le lame per pochi attimi;
Versate in una terrina la farina e il la bustina di lievito per dolci setacciate;
Aggiungete l’olio, le uova e la buccia grattugiata del limone, amalgamate il tutto ed aggiungete le mandorle con il compsto di carote;
Versate l’impasto per 3/4 nei pirottini equando il forno sarà caldo e avrà raggiunto la temperatura di 180 gradi, infornate i muffin alle carote e mandorle e fateli cuocere per 30minuti;
quando i muffin saranno ben dorati in superfice estraeteli, fateli raffreddare e spolverate con zucchero a velo!

Insalata Elena, Denni Annamaria, Rossi Noemi e Mizzoni Giorgia.

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Divisa e integrità, l’ossimoro della police brutality

Da maggio dell’anno scorso, mese in cui il poliziotto Derek Chauvin ha ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, l’opinione pubblica ha finalmente rivolto l’attenzione alle problematiche strutturali del sistema legale, giudiziario, esecutivo ed economico su cui si fonda l’America (nonostante il movimento BLM operi sin dal 2013 e l’attivismo a difesa della popolazione nera si possa retrodatare al movimento dei diritti civili degli anni sessanta);

è un sistema che si basa sulla degenerazione estrema del liberismo, che loda il mito del self-made man e specula sulle vite delle minoranze. Un sistema macchiato di razzismo, sessismo, che sfrutta le classi deboli e teme i diritti come fossero divisi a torta.

È venuto alla luce, impossibile ormai da nascondere, il problema della police brutality, violenza degli ufficiali mascherata sotto il nome di potere esecutivo.

L’America, hanno raccontato a noi oltremare grazie agli ashtag, è un paese che odia. È un paese che sfrutta e conquista, che vanta i diritti del singolo solo quando il singolo è Mark Zuckerberg. È la terra della libertà ma libertà di cosa? Libertà di essere e discriminare chi è, libertà di culto e discriminare chi non prega la croce, libertà di scelta ma solo sul suolo rubato ai nativi, libertà di scelta ma solo sull’utero delle altre donne, libertà di scelta ma solo sui matrimoni degli altri.

E noi da europei li osserviamo in TV e pensiamo che in fondo da “un paese senza cultura” come molti lo definiscono non ci si poteva aspettar altro, che noi con i nostri monumenti e cattedrali sappiamo essere migliori di così, che noi gli estremisti non ce li abbiamo da nessuna parte e soprattutto non in parlamento.

Ricordiamoci che noi europei -noi italiani- non siamo affatto esenti da colpe, che siamo stati colonizzatori in Africa insieme a Francia Germania Spagna Belgio Inghilterra Olanda e i benefici li riscuotiamo ancora oggi, come la popolazione africana soffre delle conseguenze. Che siamo noi con Nina, Pinta e Santa Maria ad aver “scoperto” col sangue qualcosa che non era nascosto, siamo noi i responsabili dei genocidi e della situazione in cui oggi versano i nativi americani, australiani e canadesi.

Ricordiamoci soprattutto che i nostri corpi di polizia ci hanno spesso dimostrato che la divisa non è sinonimo di integrità: dal dopoguerra ad oggi i nostri ufficiali hanno commesso e continuano a commettere orribili crimini, dal pestaggio e l’uso della violenza durante le manifestazioni alla tortura in caserma per estorcere informazioni, fino all’omicidio. Il suolo d’Italia è macchiato in maniera indelebile del sangue delle vittime: Stefano Cucchi, che non ha ricevuto la sua giustizia neanche dopo la morte, Marcello Lonzi e Aldo Bianzino assassinati in carcere e tutti gli altri cittadini a cui la repubblica non ha reso i diritti che meritavano.

In un aspetto della gestione statale infatti siamo affini all’America: il sovraffollamento delle carceri. La problematica è evidente in tempo di pandemia, seppure le sue origini siano pregresse: secondo i dati di febbraio, su 10000 carcerati il numero di positivi ammontava a 91, mentre nel resto della popolazione la media per campione era di 68.

Il tasso di affollamento ufficiale è di ben il 106,2% senza contare le situazioni transitorie, con cui si arriva al 115% (Rapporto Antigone): fra questi solo uno su tre frequenta la scuola e il 32,5% ha origini straniere.

E mentre in America in tribunale si processa Derek Chauvin, omicida di George Floyd, il ventenne nero Dante Wright viene ucciso (11 aprile, Minnesota) con un colpo di arma da fuoco dall’ufficiale Kimberly Potter, che ha dichiarato di essere stata convinta in quel momento di avere fra le mani un taser. Che uno ad un certo punto si chiede come li educhino questi ufficiali che non sanno neanche distinguere un’arma non letale da una pistola.

E mentre Derek Chauvin viene dichiarato colpevole, dimostrando ancora una volta l’inadeguatezza del sistema –come con Breonna Taylor-, la sedicenne Ma’khia Bryant viene uccisa da un ufficiale a colpi di pistola nella sua proprietà privata (20 aprile, Ohio), lo stesso poliziotto che era stato chiamato per proteggerla dall’aggressione, e allora uno si chiede chi debba chiamare un cittadino afroamericano quando è in pericolo in casa sua.

Negli USA la violenza nei confronti delle minoranze da parte della polizia è sistematica: il Washington Post, approfondendo lo studio Risk of being killed by police use-of-force in the U.S. by age, race/ethnicity, and sex, afferma che “Although half of the people shot and killed by police are white, black Americans are shot at a disproportionate rate. They account for just 13% of the U.S. population, but more than a quarter of police shooting victims. The disparity is even more pronounced among unarmed victims, of whom more than a third are black.”

Nonostante questo, i responsabili sembrano non ricevere pene adeguate e anzi, per almeno 15 di loro gli spari letali inseriti nel conteggio non erano i primi della loro carriera.

In questi mesi abbiamo tutti ricondiviso sulle nostre storie instagram l’ashtag #blacklivesmatter, abbiamo “sensibilizzato” e firmato petizioni, seguito i telegiornali e i reportage online, ci siamo scandalizzati di fronte al raid di Capitol Hill in cui di atti violenti per mano degli ufficiali non se ne sono visti come invece era accaduto per le proteste BLM.

E le black lives continuano a matter, ma non abbiamo avuto feed tinti di nero per i morti in Myanmar o per mano della SARS nigeriana, forse perché siamo talmente immersi nella nostra visione occidente-centrica della realtà che le tragedie in Africa o ad est pensiamo non ci riguardino. Tutti ci sconvolgiamo per le ingiustizie in America perché ci arrivano nel feed con più facilità con le captions in inglese ma normalizziamo le stragi delle black lives che parlano birmano, hausa e igbo, dimostrandoci ancora una volta colonizzatori che non hanno realmente interiorizzato il concetto di uguaglianza.

Nei paesi di cui si parlerà fra poco la violenza della polizia è strumento privilegiato dei regimi autoritari filo-militari, insieme alla censura, l’oscurantismo, il blocco alla fuoriuscita di informazioni tramite rete internet e social. La police brutality è parte integrante e garante del potere del regime, utilizzata per sopprimere ogni forma di dissenso popolare.

Nel 2020 in Nigeria la popolazione è scesa in protesta al grido di #endSARS. La SARS nigeriana è l’unità speciale di polizia Special Anti-Robbery Squad, accusata da anni di violazione dei diritti umani tramite abuso di potere sui civili: soprusi, irruzioni e retate nelle proprietà private, violenze inaudite contro persone disarmate. Nota per il coinvolgimento attivo in stupri, furti, omicidi, arresti senza mandato di processo, ma anche per lo schedaggio e la persecuzione di giovani nigeriani in base al loro aspetto esteriore (tatuaggi, abbigliamento, capigliatura), nasce nel ’92 come branca della polizia sotto copertura contro –ironicamente- i crimini violenti.

L’ashtag #endSARS appare per la prima volta su twitter nel 2017, insieme a proteste pacifiche giovanili, con uno scopo ben preciso: l’unica richiesta avanzata era che questa unità di polizia fosse smantellata per sempre.

L’anno scorso è diventato lo slogan delle proteste nazionali in tutto il paese (dall’8 ottobre), in tendenza sui social a seguito dell’uccisione da parte di poliziotti di un giovane (3 ottobre) e un musicista soli due giorni dopo: nelle città più popolose dello stato rivolte e manifestazioni hanno occupato le strade perché il governo prendesse finalmente posizione. Diverse volte infatti i politici nigeriani avevano promesso riforme, che poi non erano mai arrivate.

Nonostante l’ennesimo annuncio di smantellamento del plotone (11 ottobre 2020), il quarto per la precisione, i cittadini hanno continuato a chiedere a gran voce azioni, basta promesse vane: di tutta risposta, hanno visto i propri compagni cadere sotto i colpi di arma da fuoco durante le proteste.

Il 20 ottobre sono stati addirittura congelati i conti di alcuni esponenti di spicco delle proteste nella banca centrale nigeriana per ordine del governatore, lo stesso giorno del massacro di Lekki; i poliziotti hanno sparato una pioggia di pallottole contro manifestanti pacifici, accovacciati per terra mentre intonavano l’inno nazionale.

Smetteremo mai di assistere alla sfacciata apologia del sistema nei confronti dei suoi angeli guardiani, che si fanno demoni quando la pistola in mano li fa delirare come Lucifero?

Quest’anno in Myanmar, dopo le elezioni che hanno visto vincitrice Aung San Suu Kyi -consigliere di stato e leader del partito democratico d’opposizione-, l’esercito birmano (Tatmadaw) ha contestato la validità delle elezioni e ha messo in atto un golpe militare (1 febbraio 2021) guidato da Min Aung Hlaing: incarcerati i leader del partito vincitore, le forze militari ora al potere hanno dichiarato lo stato di emergenza di un anno e tagliato qualsiasi ponte radiofonico, televisivo e cibernetico, di fatto isolando il paese.

Quando un popolo ha conosciuto la democrazia e ha riconosciuto nel proprio codice genetico il cromosoma innato della libertà non se lo fa strappare dalle mani da Min Aung Hlaing e dalle sue milizie, il popolo combatte perché sa quel che è giusto: scoppiano allora proteste, scioperi e atti di boicottaggio ad opera di lavoratori vestiti del rosso della Lega Nazionale della Democrazia sulle note di Kabar Ma Kyay Bu, la colonna sonora delle rivolte dell’88.

La repressione dei soldati assume connotati violenti e i manifestanti rispondono con coraggio e ardore, danno fuoco alle barricate autorizzati dallo stesso Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw e la guerra intestina e fratricida che imperversa nelle strade miete molte vittime innocenti: solo nella giornata di domenica 14 marzo i morti fra le fila popolari sono ben 60.

Medici e infermieri si uniscono ai manifestanti e le truppe puntano ad altezza d’uomo i fucili, la popolazione combatte con armi artigianali contro cecchini di precisione nascosti fra gli edifici, case private vengono messe a soqquadro.

I militari utilizzano nella loro reazione repressiva mitragliatrici leggere RPG, fucili di precisione MA-S calibro 7.62 mm, mitragliette Uzi e fucili semiautomatici MA-1.

Queste stesse armi erano state impiegate negli scontri decennali contro i gruppi etnici che hanno macchiato la storia del Myanmar e riportano alla mente una turpe eredità, quella che non abbiamo visto in mondovisione ma che la terra birmana non dimentica.

Scende poi a fianco del Tatmadaw la 33a divisione di fanteria leggera, quella parte dell’esercito che aveva sterminato la minoranza Rohingya nel 2017, messa ancora una volta in pericolo e che oggi cerca rifugio al confine.

Gli ufficiali insomma, coloro che avrebbero dovuto farsi scudo del proprio popolo contro angherie e ingiustizie, si fanno i perpetratori delle violenze che lo lacerano: il 27 maggio sono morte almeno 114 persone, in un solo giorno, in un solo paese, uccise da fratelli che si erano chiamati protettori.

Il popolo che odia le strutture politiche della propria patria smetterà mai di cantarne con orgoglio l’inno?

Elisabetta Bracaglia Morante

Pubblicato in: Attualità

25 aprile sempre!

Il 25 Aprile è la festa della Liberazione, in cui si celebra la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e del regime fascista. Il 25 Aprile è una data simbolo, perché nel 1945 iniziò la ritirata da parte dei soldati nazisti e fascisti dalle città di Milano e Torino.

La battaglia dei partigiani iniziò nei primi mesi del 1945 e il 10 Aprile il partito Comunista diffuse la “Direttiva n.16”, in cui si diceva che era giunta l’ora di “scatenare l’attacco decisivo”. Sei giorni dopo il CLNAI(Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), di cui facevano parte tutti i movimenti antifascisti e di resistenza, emanò alcune istruzioni di insurrezione generali. Ad esempio Bologna fu attaccata il 19 aprile e liberata definitivamente il 21 aprile con l’aiuto degli alleati. Il 24 Aprile gli alleati superarono il Po e il 25 Aprile i soldati tedeschi e della Repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi. A Milano Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, a quei tempi partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazione, proclamò uno sciopero generale annunciato alla radio “Milano Libera”.

La tipografia del Corriere della Sera fu impiegata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria e la sera del 25 Aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per andare verso Como; il 28 Aprile fu catturato dai partigiani.

La decisione di designare il 25 Aprile come “Festa della Liberazione” fu presa il 22 Aprile 1946 da Alcide de Gasperi e fu legalizzata con la legge n.269 nel maggio del 1949.
Il 25 Aprile è la festa della Liberazione da un regime liberticida, basato sul terrore. Questa giornata è il simbolo di un’Italia liberata, di un’Italia democratica, fondata sulla sua costituzione, un’Italia rinata dopo vent’anni di terrore, dopo vent’anni di oppressione. Il 25 aprile è una data da ricordare, per onorare uomini e donne giovanissimi morti per un’idea di libertà, che non hanno avuto, ma che, grazie a loro, noi abbiamo. Una lotta contro un regime spaventoso, una lotta per la libertà di ognuno: dopo 76 anni dalla liberazione non possiamo lasciare spazio a nessun tipo di fascismo e discriminazione.
Buon 25 Aprile!

Emanuela Berehoi

Pubblicato in: Cultura e Intrattenimento, The jukebox

Acidi e basi: Bluvertigo

Il 7 marzo 1995 usciva uno degli album più influenti e originali degli anni ’90, esordio dei Bluvertigo e primo capitolo della celeberrima “trilogia chimica”.

I Bluvertigo, per chi non li conoscesse, sono molto di più del “gruppo di Morgan”, sono esattamente ciò che mancava di sperimentale in Italia. Si sono formati a Monza nel 1991 dall’intuizione di Marco Castoldi “Morgan” e Andrea “Andy” Fumagalli, arrivando alla formazione attuale che comprende anche Sergio Carnevale e Livio Magnini; non bisogna però dimenticare i membri originali, Marco Pancaldi e Stefano Panceri.
Dal 2001 al 2004 hanno vissuto una pausa interpretata dai fan come uno scioglimento, salvo una reunion d’eccezione per l’apertura del concerto dell’indimenticabile David Bowie al Lucca Summer Festival nel luglio 2002.
Si riformarono nel 2008 e risciolsero nel 2017.
Poche settimane fa, sul suo profilo Instagram, Morgan ha annunciato un nuovo disco in studio che dovrebbe uscire ad aprile 2021.

Ma torniamo al disco.
La durata non è esattamente quella degli standard commerciali dei nostri anni, ben 60 minuti e 40 secondi per 10 tracce.
Come molti dischi d’esordio, fu sottovalutato da molte delle case discografiche e pubblicato dall’etichetta Mescal, fondata da Luciano Ligabue e Giorgio Soave nel 1993, che aveva intuito la grandezza, non solo del progetto, ma soprattutto degli artisti, tutti polistrumentisti d’eccezione.
All’interno troviamo grandissimi successi del gruppo, come “L.S.D. La Sua Dimensione”, “L’eretico” o “Iodio”, senza calcolare brani come “Decadenza” o “Storiamedievale”, autentici capolavori di arrangiamento.
Chiunque lo ascolti, e ve lo consiglio caldamente, non riesce ad inquadrarlo in un singolo genere musicale, a causa delle forti influenze di rock alternativo, elettronico, psichedelico e new wave.
Anche la copertina risente di influenze estere, ispirandosi all’opera prima dei King Crimson del 1969 “In The Court Of The Crimson King”.

Di seguito la tracklist:
L’eretico – 4:20
Iodio – 5:30
I still love you – 5:50
L.S.D. La sua dimensione – 7:50
Vivosunamela – 4:15
Decadenza – 5:00
Complicità (Here Is the House) – 5:00
Salvaluomo – 4:05
Storiamedievale – 4:25
Il Dio Denaro – 14:20

“Il Dio Denaro” in realtà dura “solo 5:45 minuti, ma, superati tre minuti di silenzio, appare una ghost track: si tratta del brano Decadenza, registrato probabilmente all’esterno di un locale, di cui
è udibile soltanto la parte più bassa dello spettro sonoro, cioè la linea di basso e di batteria; un azzardo forse includere in un disco d’esordio una ghost track, dato che in quegli anni non venivano ancora utilizzate in Italia, ma che ha consacrato il mito di uno dei migliori album italiani del secolo scorso.

Rinnovo ulteriormente il mio invito ai profani ad ascoltare questo album e magari anche a farmi sapere cosa ne pensa nei commenti. Spero di avervi donato qualche piacevole minuto di lettura e, magari, di aver stuzzicato la vostra curiosità.

Buon ascolto!

Neccia Alessandro

Pubblicato in: Odi et amo, Tír na nÓg

Tormento e conforto, cap.3

Ilaria stava vivendo un periodo molto travagliato, tra i suoi problemi a casa e il suo amore per Leo non sapeva cosa fosse più doloroso, ma forse le arrecava più dolore il fatto di non poter trovare conforto in nessuno. Non desisteva, però, dal desiderio di parlare con il suo amato.

“Leo, ti ho chiamato tre volte, cos’hai?”
“Nulla, ho solo bisogno di non sentire nessuno”
“Nessuno o me?”
“Cosa vuoi?”
“Parlare con te, mi manchi, insomma… mi manca stare come quella sera”

Già, Leo per una sera aveva deciso di lasciarsi andare, o almeno così credeva Ilaria, si era aperto con lei, le aveva raccontato le sue sensazioni riguardo a tante cose, ma alla domanda di lei “E invece… quando stiamo insieme… cosa provi ecco?” non aveva risposto, andandosene via e abbandonandola in lacrime.

“Ilaria, quella sera io sono stato bene, davvero tanto bene, ma si è trattato solo di un momento, ero triste ed avevo bisogno di confidarmi”.
“Leo, lo hai detto tu che non ti eri mai aperto con nessuno, ora vorresti dire che io sono una persona qualunque per te?”
“No, affatto, tu non sei e non sarai mai una persona qualunque, ma ci sono vari modi per essere importanti, non solo l’amore”.
“Sai cosa sto passando, perché vuoi darmi quest’altro tormento?”

Ecco, Ilaria a quel punto pronunciò quella parola, “tormento”, forse l’unica in grado di descrivere il suo stato d’animo. L’amore per Leo stava diventando un tormento, tra momenti di gioia e di logorante dolore quasi non riusciva più a distinguerli, tale era la loro intensità. Quell’amore tormentato che Ilaria viveva era la sua unica fonte di vitalità, le dava quella spinta per andare avanti, perché dentro di sé sapeva che per ogni sofferenza ci sarebbe stato poi qualcosa che le avrebbe dato conforto, perché aveva bisogno proprio di questo, di conforto. Il tormento di Ilaria era come una fornace, nella quale lei infilava le braccia, perché quel fuoco che la bruciava era lo stesso che la scaldava ogni volta che aveva freddo, perché in amore è così: ogni gioia vale la pena che l’ha preceduta.

“Ilaria io non voglio farti del male, è per questo che mi allontano da te”
“Perché devi farmi solo male? Perché non puoi farmi bene?”
“Come puoi sapere tu cosa posso fare?”
“Ora non darmi della presuntuosa, l’altra sera stavamo così bene!”
“E tu hai voluto di più, è la prova che non posso renderti felice, ho paura di farti del male!”

Leo non voleva ammetterlo, non sapeva per quale ragione gli fosse scappato, ma di sicuro quel momento non lasciò indifferente né lui né Ilaria, che iniziò a fare mille riflessioni su quell’ affermazione: forse era la paura a separarla dal suo amato.
D’altronde accade spesso, temiamo di fare del male a una persona che amiamo così tanto da volerla proteggere addirittura da noi stessi; talvolta questa paura ci porta ad aver maggiore cura di chi ci sta accanto, ma in altri casi, come in quello di Leo, ci frena e rischia, forse, di non farci fare ciò che desideriamo.

Diego Di Pietropaolo

Pubblicato in: W.A.P.

Walking through Florence

PARCO D’ARTE PAZZAGLI

Parco D’arte Pazzagli è uno dei più importanti Parchi di Arte Contemporanea della Toscana, nel quale sono presenti oltre 250 opere del Maestro Enzo Pazzagli. Si estende per circa 24.000 metri quadrati ed è circondato da uno splendido paesaggio e costeggiato dall’Arno.

Il Parco stesso è un’opera di Land Art, 300 cipressi creano una delle sculture viventi più grandi al mondo intitolata “La Trinità”, poiché formano tre visi. Un’opera che si può ammirare in tutta la sua grandezza (15000 metri quadrati) solo guardandola dall’alto o su Google Earth, ma che comunque si apprezza anche camminando fra gli alberi.

Sono qui esposti anche i “Fiori Fotovoltaici” dell’Arch

Il Parco è amato da fotografi, artisti, famiglie, e non di rado è richiesto per eventi, mostre, cerimonie, compleanni e come set fotografico da novelli sposi.
Il Parco è aperto il week-end con visite guidate, attività ed eventi e, durante la settimana, può aprire su prenotazione per gruppi e scolaresche. L’entrata costa solo 5 euro!

ORTI DEL PARNASO

Gli Orti del Parnaso, chiamati anche Giardino del Dragone, devono il loro nome alla scultura completata nel 1990 su progetto di Marco Dezzi Bardeschi.

L’enorme statua che divide in due la scalinata centrale -e che in origine doveva avere la funzione di fontana- rappresenta il serpente Pitone contro cui il dio Apollo combatté e vinse sulle pendici del monte Parnaso, montagna nei pressi di Delfi su cui secondo la mitologia greca vivevano le Muse.

CASTELLO SAMMEZZANO

Il castello sammezzano è circondato da un ampio parco e si trova nel comune di Reggello. All’interno dispone di ben 65 sale e quelle del piano nobile consentono di realizzare un viaggio virtuale in tutto l’Oriente, dalla Cina e l’Arabia fino alla Spagna.

Il castello, con la duplice facciata che rappresenta il sole e la luna, domina la collina sopra Leccio e fin dalla prima vista lascia presagire le meraviglie ed i misteri che nasconde al suo interno.

È circondato da un parco meraviglioso in cui in origine erano state piantate 147 piante delle quali, tutt’oggi, sono ancora visibili sequoie, palme, aceri, querce, ginepri e i tanti lecci che danno anche il nome alla località in cui si trova (Leccio).

Maria Bracaglia Morante, Sophia Marucci, Rebecca Diana Passeri, Federica Tassa, Francesca Toti

Pubblicato in: Odi et amo, Tír na nÓg

Occasioni, cap. 2

Erano le 19:00, Ilaria stava tranquillamente passeggiando nel parchetto del quartiere, quando ad un tratto una chiamata la fece trasalire, ma non fu lo squillo a provocare il sussulto, bensì la persona da cui proveniva: Leo; la ragazza si sentì travolta da gioia mista ad ansia e timore, ma ciò non le impedì di rispondere al telefono.

“Hey, mi ha sorpresa la tua chiamata!” Disse subito Ilaria.
“Ammetto che, in effetti, non l’avevo mai fatto, ma c’è una prima volta per tutto” Replicò Leo.

A quel punto Ilaria non sapeva se concedersi a quella che sembrava essere una gioia oppure se considerarla un altro fantasma che di lì a poco sarebbe svanito, temeva che avrebbe sofferto ancora se si fosse lasciata andare; decise di andarci con i piedi di piombo, tra la paura e la speranza alla fine vinse la prudenza condita ad un pizzico di curiosità. Per un attimo cadde un silenzio che trasudava paura di dire la cosa sbagliata, così Ilaria decise di fare la prima mossa:

“Che fai? Mi chiami e poi non mi dici nulla?”
“Ma no, per chi mi hai preso?”
“Beh, a quanto pare ci ho preso eccome!”

Così risero entrambi, ma da parte di Leo c’era un po’ di imbarazzo per essere stato scoperto, ma non fece attendere a lungo la sua risposta:

“Io sono vicino al parchetto, volevo leggere un po’ ma poi ho pensato che avrei preferito vedere qualcuno”
“Allora raggiungimi vicino alla fontana, così ti faccio compagnia, io sono proprio qui”

Leo non se lo fece dire due volte, le iniziative di Ilaria stranamente lo intrigavano quella sera, forse lei aveva capito come prenderlo.

“Eccomi!” Disse lui.
“Finalmente! Come mai ci hai messo tanto?”
“Perché rifletto molto quando passeggio”
“Su cosa rifletti?” Domandò Ilaria.
“Varie cose, oggi stavo pensando ad alcuni amici che a volte non capisco, le mie sensazioni nei loro confronti sono un po’… non so come dirlo, diciamo che non mi fido troppo di loro”

Leo e Ilaria chiacchierarono un po’ sulle amicizie di lui, che di alcune dubitava già da tempo, ma non essendo sicuro della lealtà (o della falsità) dei suoi amici non aveva ancora tagliato i rapporti con nessuno. Leo stava finalmente superando la sua timidezza, ma Ilaria si era illusa di potergli dire qualunque cosa, anzi, di potergli chiedere qualunque cosa.
“E invece… quando stiamo insieme… cosa provi ecco?” Chiese lei.

Ilaria tremava a pronunciare quella domanda, ma anche all’idea che lui potesse darle una risposta che non desiderava. La reazione di Leo non rientrava fra i vari immaginari ipotizzati da lei: se ne andò.
“Leo! Dove vai? Ti prego, resta!”
“Scusami Ilaria, non posso più restare”
“Perdonami” Lo supplicò lei.
“Devi capire che non devo perdonarti niente, tu sei fatta così, ti ho dato quella confidenza che potevo e ne volevi di più, non te ne faccio una colpa”
“Non rispondere alla mia domanda, fingi che io non te l’abbia mai fatta, ma rimani!”
“No Ilaria, devo andare, buona serata!”

Ilaria provava un senso inedito di rabbia verso se stessa, stava riuscendo a conquistare, finalmente, la fiducia e la confidenza del ragazzo che amava, ma la curiosità le aveva giocato un brutto scherzo; non si trattava però di una curiosità qualsiasi, perché era dettata dall’amore, che spesso non ci lascia rispettare alcuni limiti e che incontenibile ci fa bruciare grandi occasioni.

Diego Di Pietropaolo

Pubblicato in: W.A.P.

Crystal Cave, Vatnajokull

Una grotta luminosissima, dal colore blu intenso e completamente di ghiaccio. Se state pensando che non possa trattarsi altro che di un miraggio, vi sbagliate.

Situata nel cuore del Parco Nazionale di Skaftafell, in Islanda (non vicino a Padova), la Crystal Cave è uno spettacolo surreale da vedere almeno una volta nella vita.
In assoluto la grotta glaciale più scenografica di tutto il sito, se non del mondo, si contraddistingue per la sua grandezza oltre che per le sue sfumature, che vanno dal blu più scuro all’azzurro più tenue passando per il turchese e il celeste; cambia a seconda del modo in cui il ghiaccio viene colpito dalla luce.
Il ghiaccio all’interno della caverna muta ogni anno, seppur in modo impercettibile.
A causa del peso e della compressione, il ghiaccio, che per secoli è sceso dalle pendici di Oraefajokull, ha espulso l’aria, occupandone il posto e trasformandosi in un magico cristallo blu, mentre la superficie esterna (esposta ai raggi del sole, alla polvere ed alle intemperie) è rimasta di colore bianco.

Sepolta sotto 25 metri di ghiaccio, questa meraviglia è visitabile solo nella stagione fredda, specificatamente tra Novembre e Gennaio, quando le basse temperature rendono il ghiaccio più saldo e compatto.
L’atmosfera diventa ancora più surreale nelle giornate di sole quando, dopo lunghi periodi di piogge invernali, la superficie della caverna appare ancora più brillante ed intensa. A contribuire alla magia del luogo sono i continui rumori e scricchiolii dovuti ai micromovimenti del ghiacciaio.

Monte Javornik in slovenia

Il fotografo sloveno Marko Korošec sapeva che il ghiaccio e la neve erano in grado di formare strutture imponenti, ma quanto visto dopo una lunga scalata sul monte Javornik, superò del tutto le sue aspettative.
Dopo 10 giorni di forte bora, neve, e nebbia gelata che avevano colpito la Slovenia, Korošec si diresse verso il monte Javornik, sperando di fotografare
qualunque sorpresa lo attendesse lassù. Una volta in cima alla montagna, il bel tempo gli ha presentato lo spettacolo della famosa stazione sciistica coperta di brina di ghiaccio, estremamente densa e dura, formando appuntite strutture spettrali con punte che superavano anche il metro.

Marble Caves

L’azione erosiva dell’acqua crea stupefacenti motivi decorativi all’interno delle Marble Caves, grotte marmoree situate sulle sponde del lago General Carrera, un lago glaciale al confine tra Argentina e Cile, nella regione della Patagonia, alimentato dalle acque di fusione dei ghiacciai della Cordigliera delle Ande, contenenti piccole particelle che, durante lo scioglimento, rimangono sospese in acqua, creando un effetto insolito che conferisce al luogo una dimensione magica, ultraterrena. L’acqua di fusione glaciale è leggermente torbida e rifrange la parte blu della luce solare, dando vita a sfumature che variano, dal turchese al blu notte, a seconda del tempo e del periodo dell’anno: ad inizio primavera, quando l’acqua è bassa ed i ghiacciai non hanno ancora iniziato a sciogliersi, l’effetto cromatico è completamente differente rispetto a quello che si manifesta durante lo scioglimento dei ghiacciai, quando il livello dell’acqua si innalza più di 1 metro. In poche migliaia di anni, l’azione erosiva dell’acqua sul marmo ha creato un ambiente dalla disarmante bellezza: innumerevoli grotte, labirinti, colonne e gallerie. Le grotte, situate lontano da qualsiasi strada, sono costituite da tre caverne principali: la Cappella (La Capilla), la Cattedrale (El Catedral), e la Grotta (La Cueva), che i visitatori possono esplorare a bordo di piccole imbarcazioni o kayak gestite da una società, solo quando le acque del lago Carrera sono tranquille e a un livello idrometrico che ne consenta la visita, con giri della durata di 30 minuti.

Le Marble Caves sono una meraviglia naturale rara e preziosa, seriamente messa in pericolo da un progetto previsto dalla società Hydroaisen, che prevede lo sviluppo di nuove dighe sui fiumi Baker e Pascua. Il trasferimento di energia alle città richiederebbe una costruzione di nuove linee elettriche ad alta tensione e una tale linea è prevista esattamente accanto a Cave di marmo.

Maria Bracaglia Morante, Sophia Marucci, Rebecca Passeri, Federica Tassa, Francesca Toti

Pubblicato in: NOI

Non ti ho pensato

Non ti ho pensato.
Ieri sera a cena, mentre guardavo la tv, non ti ho pensato. Ti ho dato la buonanotte, è vero, e ti ho detto che ti amo. Mentre ero a cena, però, non ti ho pensato.

Il mio cuore non ha ancora trovato il coraggio di guardare quel film, il nostro ultimo film, ma guido la tua auto e vorrei non spegnere il motore mai. Abbraccio me stessa e cerco il tuo profumo in una nuova canzone pur sapendo che non lo sentirò. Perché il mio amore non basta per raggiungerti ed i miei sogni sono troppo cupi per poterti incontrare.
È un vortice infinito in cui ruotiamo solo noi due, o forse solo io ed il ricordo di te a cui mi aggrappo per non cadere. E continuo a lottare contro questa vita che ci divide, con l’attesa di scorgerti all’improvviso in giardino.

Tutto intorno sembra fatto apposta per me, ma non ti vedo. E allora mi chiedo com’è che tu possa vivere se ieri, a cena, non ti ho pensato. Mi chiedo com’è che tu possa darmi la speranza che tutto intorno sia davvero per me e che prima o poi dovrà pur esserci un momento in cui le nostre grida cesseranno e il dolore svanirà. Non so dirti se il tempo affievolirà il ricordo di quella sera sul divano, o se smorzerà i miei tentativi di ricordare i nostri litigi. So solo che ne ho piena l’anima del tuo amore e che i tuoi sorrisi sorridono nei miei e con la speranza mi navigo dentro in cerca di me che, dopo di te, ho smesso un po’ di sperare.

In che casino mi hai lasciata, mi hai reso la vita un’immensa avventura. Forse alla fine della pioggia troverò l’arcobaleno e sarai lì ad aspettarmi, come un folletto col suo oro. E finalmente sarò ricca di nuovo, ricca di te.

Syria Costantini

Pubblicato in: Attualità

Ma quale liberté?

Liberté, Fraternité, Égalité è il celebre motto che ha accompagnato la Repubblica Francese sin dai tempi della sua formazione nel 1789. Se da una parte con il nome di libertà si fa riferimento alla possibilità di autodeterminarsi entro il confine rappresentato dalla libertà e dai diritti altrui, al fine di non lederli, dall’altra la fratellanza viene definita secondo il messaggio cristiano — e universalmente umano — del «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi». Ma cosa succede quando tra la Liberté, la Fraternité e l’Égalité, il termine che prevale, soverchiando gli altri due, è proprio quest’ultimo? Quando, nel tentativo di sopprimere qualsiasi differenza e tradizione, si giustifica, in nome della laicità, la becera reppressione?

Ad oggi in Francia il 10% circa della popolazione si dichiara di fede islamica, rendendo il paese la terza Nazione europea con il maggior numero di musulmani residenti, un numero che sembra essere destinato a crescere negli anni prossimi venturi: infatti, mentre il popolo autoctono è entrato in uno sterile inverno demografico per il quale ancora non è stata proposta alcuna politica di rilancio (1.4 figli per donna), l’elevata propensione alla natalità di specifiche minoranze, in primis quella musulmana (3.5 figli per donna), sta pian piano ridisegnando il panorama demografico della nazione. L’INSE ha certificato che, nel 2019, al 21.53% dei nuovi nati è stato dato, in Francia, un nome arabo, ma nel dipartimento della Senna e della Marna la percentuale sembrerebbe sfiorare la soglia del 54%.

In altre parole quello che la Francia sembra temere è una sorta di «islamizzazione» del territorio nazionale e la possibile minaccia alle proprie istituzioni Repubblicane, che si fondano in primis sul principio di separazione tra Stato e Chiesa, estraneo al mondo Islamico.

Della popolazione musulmana francese, tuttavia, soltanto una piccolissima parte può essere considerata estremista. È questa minoranza nella minoranza che sta alla base del così detto «separatismo islamista», un fenomeno che rischierebbe di minare l’unità e l’integrità territoriale della nazione per via della proliferazione di stati paralleli, i “territori perduti”, che, secondo quanto appurato dalle indagini della DGSI, sarebbero attualmente 150.

I territori perduti sono quartieri, banlieue e zone-dormitorio fuori dal controllo delle autorità locali e delle istituzioni statali, e comandate da reti più o meno informali legate al jihadismo e all’islam radicale. In queste zone la shari’a ha già sostituito le leggi civili della repubblica, tanto che la polizia cerca di pattugliarle il meno possibile.

Raissa e Momo, la coppia mista che sui social combatte con l’ironia e l’autenticità dei sentimenti il razzismo e l’islamofobia. Instagram: @mibayed, @raissarussi

È questo contesto sociale, filo teso e pronto a spezzarsi, che ha dato vita alle “Legge per i principi Repubblicani”, meglio nota come legge “contro il separatismo religioso”, sebbene questo non sia il suo nome ufficiale. Il disegno di legge, che, approvato dall’Assemblea Nazionale con 347 voti favorevoli (151 i contrari, 65 le astensioni), ora si accinge ad essere discusso in Senato, prevede una serie di provvedimenti volti a tutelare i valori Repubblicani, ma, a dire il vero, la libertà di espressione e di culto non sembrano rientrare tra questi. 

Tra le tante proposte del Project de loi confortant les res respects des principes de la Republique, formato da ben 51 articoli, spiccano le seguenti:

• Il divieto di rilascio dei certificati di verginità, con pene che prevedono multe fino ai 15 mila euro e un anno di reclusione per i medici colpevoli;

• Cambiamento degli obblighi, in ambito fiscale, per associazioni culturali e religiose: le risorse monetarie esterne saranno soggette a revisione contabile e saranno tassate le donazioni provenienti dall’estero a partire dai 10 mila euro;

• La prevenzione dei matrimoni forzati con la concessione di un ampio margine decisionale all’ufficiale addetto al matrimonio civile. Ad egli saranno conferiti poteri di “indagine” sulle motivazioni della coppia e, in caso di dubbi, avrà anche la possibilità di opporsi ufficialmente all’unione;

• Introduzione dell’obbligo scolastico per i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni, ai fini di evitare l’indottrinamento religioso; Macron avrebbe proposto anche di introdurre l’insegnamento di arabo nelle scuole;

• Divieto di soggiorno per stranieri in stato di poligamia.

A suscitare scandalo sono stati però gli articoli relativi all’ #hijabban, i quali prevedono il divieto di indossare l’hijab in pubblico se minorenni, nonché quello di accompagnare i figli in gita scolastica “ostentando” simboli religiosi.

Del resto parlare di islamofobia, nella nazione Nord Europea, non è certo cosa nuova. Sin dal 2004 le scuole Francesi, infatti, avevano vietato, in nome della laicità statale, l’uso di simboli religiosi (velo islamico, crocifisso cristiano, kippah ebraica, turbante sikh) per gli studenti, gli insegnanti e tutto il personale scolastico. Dal 2014 alcuni sindaci francesi avevano poi scelto di vietare l’utilizzo del burkini nelle spiagge facenti parte dei rispettivi territori comunali, con previsione di una sanzione amministrativa per le trasgreditrici, al fine di eliminare l’uso di un tipo di vestiario ritenuto esprimere non un libero gusto nell’abbigliamento, bensì un’idea di donna “incompatibile con la cultura ed i valori nazionali”.

Ma come potrebbero, alla luce di questi fatti, i cittadini musulmani sentirsi rappresentati ed integrati in uno stato che non rispetta né accoglie la manifestazione esteriore del proprio culto e delle proprie tradizioni? E come potrebbe una donna sentirsi accettata in uno stato che, senza comprendere realmente le motivazioni dietro le sue scelte, né volendole, in realtà, ascoltare, le riconduce arbitrariamente ad una volontà di sottomettersi all’uomo?

Un emendamento aggiunto al progetto di legge contro il separatismo religioso interdirrebbe infatti «le port par les mineurs de tout habit ou vêtement qui signifierait l’infériorisation de la femme sur l’homme», ma non è ancora molto chiara la logica secondo la quale, se tutte le donne islamiche fossero realmente sottomesse all’uomo e contrarie all’emancipazione femminile, così tante siano quelle scese in piazza da sole e con il velo a rivendicare i propri diritti.

Aya Mohamed, studentessa di scienze politiche, attivista e lavoratrice nel campo della moda, meglio conosciuta sul web con il nome di Milanpyramid afferma:

Noi crediamo che Dio sia bello e ami la bellezza. Quando nel Corano si parla di codici di abbigliamento, Dio parla di come gli uomini abbiano l’obbligo di abbassare lo sguardo davanti a una donna, quindi il problema non ricade su di lei, non si deve nascondere.

Aya precisa inoltre che “il codice di abbigliamento islamico è molto legato al senso di modestia, di sobrietà”, per questo, ad esempio, “gli uomini devono coprire il corpo dall’ombelico fino al ginocchio e non possono indossare gioielli d’oro”. L’attivista prosegue, inoltre, affermando che, per lei e tante altre donne, l’hijab è “un modo per esprimere la propria identità religiosa, un esercizio spirituale che ci mantiene legate a Dio e alla fede”.

Questa espressione identitaria è molto bella ed è un modo per riappropriarsi della propria cultura religiosa. Nel momento in cui decido di coprire il mio corpo, non lo rendo oggetto di sessualizzazione da parte della società. Facendo ciò si ritrova un grande senso di forza. Il mio corpo non è più nella posizione di essere criticato e giudicato. In generale nell’Islam si parla di abbigliamento modesto, non aderente, che non lascia evidenziare le forme e non trasparente. […].

Io credo davvero che indossare il velo sia una scelta femminista. Nel momento in cui vedo che la società attorno a me è capitalista e cerca di sfruttare le insicurezze delle donne relative al corpo per farne profitto, decido di riappropriarmi del mio corpo e sono io a stabilire chi può vederlo e cosa farne. Ciò non esclude chi decide di vivere il proprio femminismo in modo diverso.”

Ma oltre ad Aya, molte altre sono le voci di ragazze musulmane che chiedono di essere ascoltate. Oltre ad essere un simbolo religioso, il velo rappresenta infatti, in un certo senso, un simbolo di appartenenza culturale.

https://vm.tiktok.com/ZMemBtMGm/

Paradossalmente proibire nelle spiagge un costume come il burkini, o nei luoghi di lavoro (a meno che non si tratti di impieghi pubblici che richiedono uniformi specifiche ed omologate ai fini di un più corretto, agevole ed imparziale svolgimento dell’attività professionale) l’uso di capi d’abbigliamento come la kippah e il velo islamico, significherebbe non soltanto negare una determinata espressione culturale, ma anche imporre l’omologazione ad un modello occidentale predominante. Nessun abbigliamento, infatti, è neutrale. Qualsiasi manifestazione esterna comunica. Se l’hijab riflette l’appartenza al mondo islamico, le tue Adidas e le tue Converse non affermano forse il trionfo del capitalismo e delle multinazionali in un mondo sempre più omologato?

Non a caso, dopo le nuove notizie relative all’hijabban, il web impazzisce,

e a migliaia sono le voci che chiedono soltanto di essere ascoltate. Le risposte, però, non sono quelle che ci aspetteremo di sentire.

Un senatore Francese, Max Brisson, avrebbe dichiarato che “Une sortie scolaire est un acte pédagogique, c’est l’école hors des murs”, e che il rispetto della laicità “non dovrebbe essere un grande sacrificio per i genitori”. Insomma, un po’ come dire a un vegetariano di mangiarsi quella bistecca senza fare tante storie, perché tanto non sarebbe necessario.

Un conto è difendere il principio di laicità, che si fonda sulla libertà di coscienza, l’eguaglianza giuridica delle confessioni religiose e la neutralità del potere politico e delle istituzioni, che neppure devono manifestare un orientamento confessionale proprio — un altro conto è violare apertamente uno degli articoli (art.9) fondanti della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale “ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, inclusa la “libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”.

In base a queste definizioni non resta che chiedersi se veramente un simbolo di appartenenza culturale e religiosa, indossato da una ragazza o da un ragazzo in un luogo pubblico, in una scuola, in una piscina, possa essere una minaccia per la laicità statale.

Perché se una donna fosse costretta da un aggressore a togliersi degli abiti in pubblico, questo verrebbe considerato un reato, un atto disumano e una violenza, ma se uno Stato “democratico” obbliga una donna musulmana a togliersi il velo — atto che, per la sensibilità di una fedele islamica, potrebbe equivalere ad una violazione della propria libertà di culto, intimità e femminilità — lo tolleriamo, ed anzi legalizziamo? Con quale ipocrisia ci sentiamo di tutelare le donne che si spogliano, ma non le donne che scelgono consapevolmente di coprirsi?

E soprattutto, perché nel mondo contemporaneo ogni tradizione passata e fede presente — anche se non estremista, anche se seguita consapevolmente, anche se il suo credo non lede la libertà altrui ed incita all’odio — deve essere a tutti i costi superata in nome di quel “progresso” che viene così tanto decantato?

Non abbiamo forse smesso di vedere il bello che si cela nel diverso, e le possibilità di apprendimento, di affinamento dello spirito critico, di arricchimento interiore, che soltanto l’interfacciarci con l’altro può regalarci?

Perché una ragazza francese deve essere divisa tra il venire meno ad una scelta religiosa e il frequentare quel corso di nuoto in piscina che tanto la appassiona? Che pericolo rappresenterà mai un papà con la kippah sulla testa che accompagna il figlio in gita scolastica?

Se si va in Chiesa, si è bigotti.

Se si indossa il velo, si è sottomessi al patriarcato.

Se si è atei, si è senza valori.

Quando si parla di crocifisso nelle aule italiane, la scuola deve essere laica. Se si parla delle vacanze di Natalizie e Pasquali e della festa del Santo patrono, non deve esserlo più.

Il bagno con la tuta da sub te lo puoi fare, ma se indossi il burkini vieni multato.

Ti dico che una bestemmia detta in pubblico offende il mio sentimento religioso? Sono retrogada, esagerata.

Non voglio avere figli? Il mio matrimonio non è completo, sono pure egoista.

Costruire una famiglia e sposarmi è il mio massimo scopo nella vita? Serva del maschilismo, avrai pure altri desideri.

Benediano le armi? Sì, ma per carità, non gli omosessuali.

Magari mi dico femminista e voglio liberare le povere ragazze musulmane dall’oppressione del velo.

E intanto tra “ho anche amici gay, però…” e  “non per essere politically correct, ma…” esprimeremo le nostre opinioni.

Liberté, fraternité, egalité per tutti.

Sì, ma in quale utopia?

Danila De Santis

Pubblicato in: Attualità

Catcalling: non è complimento, è molestia

Illustrazione di Sebastien Thibault

In questi giorni la conduttrice e influencer Aurora Ramazzotti in un video sui social ha annunciato di essere stata vittima di catcalling, molestia verbale, mentre faceva jogging in un parco.

Oltre ai numerosi messaggi di supporto ci sono state anche polemiche.

Una risposta in particolare ha catturato l’attenzione dei media: quella di Damiano Er Faina, influencer romano noto per i suoi video sui social.

Questo ha commentato le parole di Aurora nelle storie in questi termini:
“Posso capire se uno mentre stai passeggiando viene là e ti rompe proprio il c**o, lo posso capire.
Ma che c’è un manuale di rimorchio? Uno passa e vede due belle gambe…o almeno quando ero piccolo io vedevi una e le facevi Ah fantastica!, mica ti ho detto vaff**o brutto cesso davvero? Il Cat Calling per du’ fischi? […] È sottinteso che il mio discorso vale per i ragazzi, ovviamente.
Certo che se a una di sedici anni le si affianca uno di sessant’anni e le dice Ah bella, gli tiro una scarpa io.”

Caro Er Faina, no, non puoi capire proprio niente.
Il Cat Calling è per definizione una molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada e degrada e oggettifica chi ne è vittima.
Quindi anche quei ” du’ fischi” possono generare disagio ed imbarazzo, ma più di questo rabbia, paura e addirittura senso di colpa (ricerca di Hollaback! e Cornell University su un campione di 16.600 donne in 22 paesi).
Immagina di fare una passeggiata e di sentirti fischiare parole volgari, o di notare gli sguardi maliziosi degli uomini, oppure di sentire i clacson delle macchine che ti passano accanto con tanto di complimenti urlati dal finestrino, percepire la presenza insistente di qualcuno che ti segue per le strade della città fin sotto casa e a volte non solo.
Non è una bella sensazione perché noi donne non siamo cani a cui puoi prenderti la libertà di fischiare, siamo persone che vanno rispettate.

Secondo una ricerca eseguita dal gruppo ”Hollaback” insieme alla Cornell University, i numeri sono altissimi.
A livello globale, la maggior parte delle donne è stata vittima di questo tipo di molestie per la prima volta durante la pubertà (84% delle donne prima dei 17 anni).

In Italia invece, secondo una ricerca Istat (2018) le molestie con contatto fisico (dalle carezze ai baci fino agli inseguimenti) sono state subite dal 15,9% delle donne e dal 3,6% degli uomini.
Proprio per questo le donne attuano una serie di meccanismi difensivi, preventivi o che comunque garantiscono un minimo di tranquillità nelle situazioni che potrebbero diventare pericolose, dall’adozione di un certo tipo di abbigliamento alle chiavi strette fra le dita fino alla scelta di percorrere una strada diversa tornando a casa dopo la molestia, per schivare gli sguardi non voluti di uomini eccitati su di sé.

Le tue storie, Er Faina, sono imbarazzanti.
Ciò che più mi stupisce è la storia “donne” in evidenza sul tuo profilo.
Vivi in aporia.
Non puoi dire ‘difendete le donne sempre, non solo il 25 novembre’, e poi fare un discorso disgustoso, disinformato e soprattutto fonte di ulteriore disinformazione sul catcalling.
È evidente come tu non sia padre di una bambina, perché non è rassicurante vedere il proprio padre preoccupato quando ti accompagna in città per incontrare le amiche.
Smettila di trattare questi argomenti con un linguaggio scurrile e degradante, oggettificandoci e usando un tono di voce alto, perché in questo modo ti dimostri solamente un uomo ignorante.

Giulia Viti
Pubblicato in: Macusa

Something Awful: Slenderman

Il personaggio dello Slenderman fu creato da Erik Knudsen nel 2009 e reso pubblico attraverso il sito web Something Awful, in seguito a un concorso fotografico che si basava sull’idea di usare il ritocco delle immagini per aggiungervi dettagli macabri o entità misteriose.

Il personaggio nelle illustrazioni create da Knudsen appariva spesso insieme a dei bambini nei parchi giochi: le immagini erano modificate con un filtro seppia per ricreare l’effetto di una foto invecchiata ed erano corredate da una breve didascalia. Il personaggio impressionò la giuria e Knudsen vinse il concorso, riscuotendo un enorme successo diventando protagonista di numerose creepypasta e opere fan art, tanto da dar vita ad un vero e proprio fandom.

Lo Slenderman è una figura umanoide molto alta è molto inquietante, con braccia e gambe estremamente lunghe ed esili. Viene descritto vestito di un completo nero e capace di allungare i suoi arti e il torso ad estensioni inumane per impaurire e intrappolare la sua preda. Una volta che le sue braccia sono tese, la sua vittima cade in uno stato di ipnosi, obbligata ad avanzare verso di lui. È privo di qualsiasi volto, con un viso bianco ricoperto da una garza o da un tessuto.

Solitamente viene avvistato nei boschi e nelle campagne, lontano dalla vita di città. È abitualmente dedito al sequestro di bambini e adolescenti ma non è raro che prenda di mira anche gli adulti. Una volta che ha scelto la sua preda, può seguirla fino in città o in casa o addirittura perseguitarlo in capo al mondo, non lascerà mai la sua preda perché lui può teletrasportarsi, rendendosi visibile soltanto a lei e i suoi amici e familiari. Di solito le sue apparizioni avvengono gradualmente: all’inizio si limita ad apparire sui tetti delle case in lontananza o a lasciare indizi sulla sua presenza come video, messaggi o chiamate, ma col passare del tempo le sue apparizioni diventano sempre più frequenti. Più parli di lui e più hai occasione di incontrarlo.

Una volta venuto a contatto con le radiazioni dello slenderman subentrerà la Slenderman Sickness, divisa in 3 fasi:
– PERSECUZIONE: in questa prima fase i sintomi sarebbero proprio come quelli di una semplice influenza ma con frequenti perdite al naso e leggere amnesie.
– PRIMO INCONTRO: durante la seconda fase si intensifica l’emorragia nasale alla quale si aggiunge quella alle vie respiratorie.
– OLTRE I 5 INCONTRI: Le emorragie interne sono molto più gravi come anche le amnesie, si aggiungono anche le convulsioni.
Vi sono poi sintomi più gravi, quali: Insonnia, paranoia, aggressività, panico, ansia, allucinazioni, autolesionismo, disturbo dissociativo dell’identità, disturbo ossessivo-compulsivo.

Lo Slenderman ti porterà infine all’ossessione.

Sophia Marucci, Aurora Minnucci, Lorenzo Satta, Federica Tassa, Francesca Toti

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

Zucchine, ortaggio multiuso!

Le zucchine sono un ortaggio che troviamo impiegato in mille ricette, dai migliori antipasti ai primi e secondi piatti. Il loro sapore delicato si adatta benissimo a molte portate e rende prelibate anche delle semplici preparazioni. Di ricette con le zucchine ne esistono infinite, si possono davvero cucinare in mille modi: veloci, facili ed economiche, sono ideali per sfiziosi piatti per una serata in compagnia!

Sono ricche d’acqua e hanno un basso apporto calorico. Contengono le vitamine A e C che pare svolgano una funzione antitumorale. Aiutano in caso di problemi ai reni, regolano l’intestino e sono indicate in diete per diabetici e cardiopatici.
Scopriamo insieme alcune delle tante ricette che si possono ricreare!

Roselline di zucchine

Le roselline di zucchine in sfoglia sono un antipasto sfizioso, ideale da servire come aperitivo casalingo raffinato in questa meravigliosa stagione primaverile.
Con striscioline di pasta sfoglia, fettine di zucchine e scamorza realizzerete delle graziose roselline, friabili e gustose!

Ingredienti:
· 200 g di zucchine
· 150 g di scamorza
· Pasta Sfoglia rettangolare
· Sale fino
· Pepe nero
· 1 albume

Preparazione:

Per preparare i rotolini di zucchine in sfoglia lavate le zucchine, dividetele a
metà e affettatela sottilmente; affettate finemente anche la scamorza.

Prendete il rotolo rettangolare di sfoglia e ricavate delle strisce di circa 5 cm di spessore;
Adagiate le fettine di zucchine in modo che la parte rotonda strabordi leggermente dalla sfoglia, ponete anche le fettine di scamorza facendo in modo che rimangano entro i bordi della sfoglia;
Aggiungete sale e pepe a piacere;
(Sono consigliate al posto della scamorza anche fettine di prosciutto crudo, cotto o dello speck se preferite)

Arrotolate ciascuna sfoglia su se stessa e spennellate con l’albume la parte finale della striscia in modo da poter sigillare le roselline;

Una volta pronte tutte le roselline ponetele in una teglia foderata con carta da forno e cuocetele in forno statico preriscaldato a 180° per circa 40 minuti;

Una volta cotte, sfornatele e lasciate raffreddare i rotolini di zucchine in sfoglia su una gratella.
Assaporate questi sfiziosi e filanti fiorellini tiepidi accompagnati da un prosecco o uno spritz!

Polpette di zucchine alla pizzaiola

Le polpette di zucchine alla pizzaiola sono degli appetitosi bocconcini dalla consistenza soffice e un guscio croccante, avvolti da un’aromatica salsa di pomodoro profumata al basilico e arricchiti dal tocco filante della mozzarella.

Ingredienti:
· 640 g di zucchine
·40 g di pane
· 130 g di ricotta vaccina
· 50 g di uova (1 medio)
· 20 g di Grana Padano DOP grattugiato
· 60 g di pangrattato
· 60 g di farina 00
· Sale fino q.b.
· Pepe nero q.b.
· 500 g di passata di pomodoro
· Aglio 1 spicchio
· Olio extravergine d’oliva q.b.
· Sale fino q.b.
· 100 g di mozzarella per pizza
· Basilico q.b.

Preparazione:

Iniziamo con la preparazione della salsa: in una pentola lasciate imbiondire uno spicchio d’aglio con un filo d’olio, unito a della passata e lasciate cuocere per circa 25 minuti. Trascorso questo tempo eliminate lo spicchio d’aglio;

Per quanto riguarda le polpette iniziate col grattuggiare le zucchine utilizzando una grattugia a maglie larghe e ponetele in una ciotola con la ricotta, il formaggio, l’uovo, sale e pepe;

Inserite poi il pane all’interno di un mixer e frullatelo fino ad ottenere delle briciole, quindi unitelo al composto di zucchine insieme alla farina e impastate fino ad ottenere un composto omogeneo, poi iniziate a formare le palline ponendo al centro di ognuna un cubetto di mozzarella filante;

Una volta formate tutte le polpette versate un filo d olio in un tegame, aggiungete i nostri bocconcini e fateli rosolare;
A questo punto trasferite le polpette all’interno del sugo con il basilico e coprite;

Cuocete a fiamma bassa per una decina di minuti rigirando le polpette di tanto in tanto. Nel frattempo grattugiate del formaggio e spargetelo sulle polpette una volta cotte.
Siete pronti per gustarvi questo piatto delizioso e saporitissimo!

Parmigiana di zucchine

La parmigiana è sempre la parmigiana! E se siete abituati alla versione più classica, con le melanzane, fritte in olio profondo, non vedrete l’ora di provare la parmigiana di zucchine, probabilmente la variante più famosa di questa fantastica ricetta mediterranea!

Ingredienti:
• Zucchine 700 g
• Parmigiano 60 g
• Mozzarella 250 g
• Farina 00 per impanare q.b.
• Olio di semi per friggere q.b.
• Pepe nero q.b.
• Passata di pomodoro 700 g
• Cipolla ¼
• Olio q.b.
• Basilico q.b.
• Sale fino q.b.

Preparazione:

Per preparare la parmigiana di zucchine come prima cosa iniziate a realizzare il sugo, versate in un tegame un filo d’olio, aggiungete la cipolla tritata finemente e lasciatela dorare a fiamma bassa. Aggiungete poi la passata di pomodoro e un po’ d’acqua;

Regolate di sale e lasciate cuocere per circa 40 minuti, mescolando spesso;
Una volta cotto aggiungete al sugo delle foglioline di basilico spezzettate a mano;

Occupiamoci ora delle zucchine: lavatele, spuntatele e tagliatele a fette spesse utilizzando una mandolina o un coltello. Poi ponete l’olio a scaldare in una padella larga e, nell’attesa che raggiunga la temperatura di 170°, passate le zucchine nella farina;

Non appena l’olio sarà a temperatura (misurate con il termometro da cucina) immergete poche fette per volta e friggete le zucchine per qualche minuto fino a che non risulteranno ben dorate, quindi scolatele e posizionatele su un vassoio foderato con carta assorbente, per far rilasciare dell’olio in eccesso.

Proseguite così con tutte le altre e se preferite salatele leggermente;
Ora tagliate la mozzarella a cubetti e tenete da parte. Non appena anche il sugo sarà cotto munitevi di una teglia rettangolare 28×18 cm e distribuite sul fondo un po’ di salsa di pomodoro;

A questo punto disponete le zucchine una di fianco all’altra, ricoprite con uno strato abbondante di salsa di pomodoro, condite con parmigiano grattugiato, cubetti di mozzarella e pepe. Ripetete lo stesso procedimento altre due volte;

Cuocete in forno statico preriscaldato a 200° per 25 minuti e 5 minuti con il grill.
Sfornate, aggiungete qualche fogliolina di basilico e lasciatela riposare per qualche minuto prima di servirla!

Buon appetito!

Elena Insalata, Elisa Scardella, Giorgia Mizzoni, Veronica Morganti

Pubblicato in: Binge watching, Cultura e Intrattenimento

Hakuna Matata

Sono ormai più di 80 anni che la conosciutissima multinazionale statunitense Disney produce lungometraggi animati, destinati a non invecchiare mai e a diventare dei veri e propri punti di riferimento del grande schermo per grandi e piccini: le lezioni di vita che questi “cartoni animati” impartiscono, sono adatte ad ogni età!
I film prodotti dai Disney Animation Studios – e dai più giovani Pixar Animation Studio – sono da sempre portatori di grandi messaggi e grandi valori, che emergono dalle innumerevoli avventure che vedono come protagonisti sia persone che animali di ogni genere, grandezza e personalità.
I personaggi che dominano la scena, attraverso le loro peripezie, sentimenti e riflessioni, sono perfettamente in grado di entrare nel cuore e nell’anima degli spettatori, diventando sempre un po’ difficili da dimenticare. Quante volte vi siete trovati a canticchiare quella canzone, ripetere quelle battute, rivedere quella scena o addirittura riguardare l’intero film?

Oggi siamo qui proprio per analizzare insieme uno degli insegnamenti più significativi che la Disney abbia mai offerto: la filosofia “dell’Hakuna Matata” del Re Leone!

“Il Re Leone” è un film d’animazione del 1994 avente come obbiettivo, alla pari degli altri, quello di rivolgersi ad ogni fascia di età. Esso appartiene al cosiddetto periodo Rinascimentale della Disney, rappresentando il suo trentaduesimo capolavoro.

Come accennato in precedenza, vi parleremo di ciò che ha stregato miliardi di persone in tutto il mondo: L’Hakuna Matata, due semplici parole che vengono tutt’ora utilizzate e che molte persone decidono addirittura di imprimerlo sul proprio corpo con un tatuaggio, tanto è profondo il suo significato. E a chi non ricorda la propria infanzia questa espressione? Ma andiamone a scoprire il significato!

Hakuna Matata è una locuzione swahili appartenente alla lingua bantu, molto presente nell’Africa orientale, centrale e meridionale. Quest’espressione può essere facilmente tradotta come “senza pensieri” ma scopriremo essere molto più di questo. Diventa, infatti, una vera e propria filosofia di vita per due dei principali personaggi del nostro film: il suricato Timon e il facocero Pumbaa.
Saranno proprio questi a citarla per la prima volta al piccolo Simba che, desolato dalla morte del padre Mufasa, di cui si sente terribilmente responsabile, piano piano inizierà a riconoscerne il valore.

“A volte le cose brutte succedono, e non puoi farci niente, quindi perché preoccuparsi?”.

Timon e Pumbaa vogliono insegnare proprio questo a Simba. Vorrebbero che lui capisse che non sempre tutto ciò che ci capita dipende da noi, anzi, al contrario, troppo spesso ciò che ci accade sfugge al nostro controllo, riducendoci a semplici spettatori della nostra vita. In questi casi, non bisogna affatto disperarsi ma piuttosto accettare il fatto che la vita scorre imperterrita e le sconfitte fanno parte del gioco.

L’Hakuna Matata condiviso da Timon e Pumbaa con Simba è sicuramente molto delicato: tanto ricco di verità quanto facilmente fraintendibile. Se da una parte vivere secondo quest’ottica fa si che la vita diventi più leggera e, appunto, “senza pensieri”, dall’altra non ci autorizza a fuggire o ignorare le difficoltà. Al contrario, ci porta a cercare strade alternative per superarle ed accettarle, nonostante inizialmente sembravano qualcosa di insormontabile.
Sarà proprio il nostro Simba a non cogliere la profondità e il fine ultimo del messaggio, preferendo fuggire dalle sofferenze appartenenti al suo passato soffocandole nel suo cuore, piuttosto che prenderne atto ed affrontarle.

Ma ora chiediamoci: si può sfuggire al passato?
Sappiamo che Simba proverà in ogni modo a rinnegare la sua identità e a dimenticare il suo trascorso, ma dal passato non si può scappare e le sue responsabilità da Re della Savana ben presto incomberanno nuovamente su di lui. L’incontro con il babbuino Rafiki sarà decisivo in questo senso: quando questi conduce Simba di fronte ad uno specchio d’acqua, egli non vede l’immagine di se stesso, ma di suo padre.

Mufasa stupisce suo figlio e non solo per l’inaspettata apparizione: gli fa aprire gli occhi sulla realtà e gli sbagli da lui commessi, accusandolo di aver dimenticato nel profondo del suo cuore chi è veramente e i suoi doveri. Sarà proprio a questo punto che Simba capirà che si può provare a sfuggire dai problemi e dalle preoccupazioni del momento, ma resterà sempre impossibile fuggire da se stessi e dalle proprie responsabilità.

Ed eccola qui la vera lezione di vita dell’Hakuna Matata presente nel Re Leone: saper condurre una vita che sia in equilibrio tra l’accettazione di essere impotenti di fronte ad alcuni avvenimenti e l’impegno nelle cose che sono, invece, sotto il nostro controllo e su cui abbiamo potere!

Beatrice Baldassarra, Gabriele Sabellico



Pubblicato in: NOI, Tír na nÓg, Tir na nog

Ho visto il sole sorgere

Ho visto il sole sorgere e tramontare milioni di volte.
E mi sono sempre chiesta: se persino lui, che ci illumina ogni giorno di questa santa vita, muore,
per poi tornare a splendere più luminoso di prima… Perché non dovremmo farlo noi?
Muoio sempre un po’ di più, io. Ché col cuore in mano, ogni minima botta è letale.
“Non ce la fai”, “Non riesci”, “Non sei in grado”. Tutto intorno mi demoralizza, e poi non
riesco davvero, ad essere felice.
Ed io sono così. Un po’ spaventata dalla vita, ma tanto emozionata dal capirci veramente qualcosa. E vi dico che ho capito pure un’altra cosa: non siamo soli, dentro di noi c’è qualcosa… Qualcosa di stupendo.
Perché Questo è per me.
Ogni giorno di questa limitata vita è mio.
Ogni secondo che passa è storia, la mia.
E questa sono io. Un po’ sgangherata, con la testa sopra le nuvole e piena di sogni.
Quelli maledetti, di sogni. Quelli che sembrano irrealizzabili, impossibili. Quelli che ti fanno dannare, soffrire.
Ma questo è per me. Ed io di voglia, di provarci, ne ho tanta.
Ed è solo per me, questa vita complicata.
È solo per me, e sono pronta ad affrontarla.
Perché le stelle sono più luminose, la luna più brillante, ed io più libera, se faccio la vita mia.
Ché ogni parola, ogni sorriso, ogni sguardo, è un po’ più speciale, se visto con gli occhi di chi ama la vita.

Syria Costantini

Pubblicato in: Attualità, EcoLamia

Green Washing: ambientalismo di facciata

Cos’è il green washing?
Il Greenwashing è un neologismo inglese che viene tradotto come ecologismo/ambientalismo di facciata, ed è una strategia di marketing utilizzata da organizzazioni politiche, brand, aziende e così via per costruire un’immagine ingannevolmente positiva di sé sotto il profilo dell’impatto ambientale. In questo modo tali organizzazioni distolgono l’attenzione dell’opinione pubblica dal proprio operato (ecologicamente negativo) e traggono profitto da consumatori o elettori realmente interessati a ridurre il proprio impatto ambientale con scelte consapevoli.

Questa parola è un’unione di due termini inglesi ossia “green” riferito all’ecologismo e “washing” lavare, che richiama anche il verbo “to whitewash” ossia nascondere, proprio quello che fanno queste organizzazioni ed istituzioni.


TerraChoice ha scritto “The Sins of Greenwashing”, una lista di sette peccati commessi da alcune aziende che usano questa strategia di marketing:

  • Sin of the hidden trade-off, dichiarare ecosostenibile un prodotto solo per pochi attributi da esso posseduti, così da distogliere l’attenzione dai moltissimi altri lati negativi;
  • Sin of no proof, fare affermazioni infondate per dimostrare che il prodotto è ecologico;
  • Sin of vagueness, l’essere vaghi, scrivere indicazioni generiche sul prodotto, così che siano fraintendibili;
  • Sin of worshiping false labels, inserire etichette false o utilizzare certificazioni contraffatte;
  • Sin of irrelevance, inserire affermazioni ambientali veritiere, ma irrilevanti. Ad esempio, affermare che qualcosa è privo di CFC può essere vero per quel prodotto, ma in genere si tratta comunque una sostanza chimica vietata;
  • Sin of lesser of two evils, dare un’indicazione vera per la specifica categoria del prodotto, ma che può distogliere l’attenzione dagli effetti ambientali maggiori della categoria del suo complesso;
  • Sin of fibbing, dichiarazioni false sull’ambiente;

In Italia, il Greenwashing, è considerato come pubblicità ingannevole.

Alcuni esempi di Greenwashing

Nel mondo della moda si utilizza molto il greenwashing, portando dati falsificati sulle etichette, omettendo il processo di riciclaggio dell’indumento “pseudo-green”. Anni fa è H&M è stata accusata di aver buttato via milioni di vestiti mai indossati e “fuori moda” invece di riciclarli o regalati a persone bisognose. Lo scorso anno la multinazionale ha iniziato a produrre alcuni vestiti “green” ed “ecologici”, ma molti non credono alle parole di H&M, anzi li accusano di greenwashing.

Levissima e Sant’Anna: i due brand parlavano di ecosostenibilità pur promuovendo bottiglie di plastica.
Volkswagen, accusata di aver falsificato alcuni dati riguardanti alle emissioni dei propri veicoli.

Emanueala Berehoi

Pubblicato in: Binge watching, Cultura e Intrattenimento

How I met your mother

Oggi parleremo della serie TV “How I Met Your Mother”, girata dal 2005 al 2014. La serie si articola in 9 stagioni da 24 puntate ciascuna, che durano all’incirca 20 minuti.

La serie ha inizio con la celebre frase:

Ragazzi, sto per raccontarvi una storia incredibile: la storia di come ho conosciuto vostra madre…

È Ted a pronunciarla, il protagonista della vicenda. E oggi lasceremo che sia proprio lui a raccontarci la trama di questa splendida serie TV:

“25 anni fa, prima che diventassi papà, la mia vita era diversa. Era il 2005, avevo 27 anni e cominciavo la mia carriera di architetto a New York, dove abitavo con Marshall; il mio migliore amico. Facevo una bella vita, finché il buon vecchio Marshall non rovinò tutto chiedendo alla zia Lily di sposarlo. Durante il college il gruppo era Marshall, Lily e io; ma così diventò Marshall-Lily e me. Si sarebbero sposati, avrebbero messo su famiglia, e prima che io potessi accorgermene sarei diventato uno scapolo di mezza età che i loro figli avrebbero chiamato zio Ted.

Marshall stava per compiere il passo più importante e io? Beh, io chiamai il buon vecchio Barney. Salimmo al bar sopra il nostro vecchio appartamento e Barney ebbe la brillante idea di fare il ben noto giochetto chiamato “Ehi, lo conosci Ted?”. Ma io non ero pronto, non dovevo pensare al matrimonio fino ai 30 anni, e anche se lo fossi stato cosa avrei dovuto dire?

“Okay, è il momento. Lei dove si trova?” e lei era lì. Fu come nei vecchi film nei quali il marinaio vede la ragazza in una sala da ballo affollata, si volta verso l’amico e gli dice “la vedi quella? Un giorno io la sposerò”.

Fu così ragazzi, che conobbi Robin, la ragazza dei miei sogni. Ne rimasi subito invaghito; le chiesi di uscire e scoprii che aveva tutte le caratteristiche che avevo sempre sognato in una donna: era spiritosa, aveva cinque cani, inoltre  era co-conduttrice di Metro News 1, che mandava in onda servizi davvero squallidi. Purtroppo, ci fu qualcosa a separare me e Robin; lei non era in cerca di una relazione seria come il sottoscritto, che dopo un giorno le dichiarò di essersi innamorato di lei (già, lo so).

Sono riuscito a conquistarla secondo voi? Beh, lo saprete a tempo debito ma sappiate che in quel momento è successo qualcosa che ha cambiato per sempre il nostro gruppo; finalmente era completo e lo sarebbe rimasto per sempre. Noi cinque insieme abbiamo vissuto ogni tipo di avventure: io con le mie innumerevoli effimere relazioni, alcune più importanti e altre meno; lo zio Marshall e la zia Lily che sono sempre stati fatti l’uno per l’altra, seppur con i loro alti e bassi; lo zio Barney con la sua forte passione per donne; infine la zia Robin, il cui carattere lo avremmo scoperto di lì a poco.

Ci vollero anni prima che conoscessi vostra madre ragazzi, ma non temete, ci sto arrivando, è una lunga storia. In tutto questo tempo incontrai le ragazze più disparate, ciascuna delle quali in qualche modo mi ha insegnato qualcosa attraverso esperienze più o meno belle. La prima ragazza importante con cui stetti era una pasticciera, aveva un carattere particolarmente gentile, era elegante in ogni suo gesto, ma un giorno dovette partire per la Germania, così la distanza fece riaffiorare una vecchia fiamma che non era mai tramontata del tutto e che si sviluppò in seguito. Terminate poi queste relazioni vissi storie di poco conto, fino a quando non iniziai ad uscire con la dottoressa che mi aveva rimosso un particolare tatuaggio. Lei piaceva a tutti i miei amici e io ci tenevo a tal punto che mi sarei trasferito nel New Jersey per vivere con lei e sua figlia, ma poi, quando il nostro rapporto era sul punto di prendere una piega particolare, mi spezzò il cuore. Gli anni andarono avanti così, alternando rapporti seri a storie più frivole, tra momenti felici e momenti bui, ma con unica costante: il nostro gruppo di amici.

Le vicende ci hanno cambiati tutti e cinque: io ho conosciuto vostra madre; Robin è diventata  una donna di successo con il suo programma televisivo; Marshall e Lily hanno raggiunto enormi traguardi nella loro relazione; infine, lo zio Barney è quello che avuto l’evoluzione più stravolgente: da abile dissimulatore, mentitore che spezzava il cuore a qualsivoglia ragazza varcasse la soglia del suo appartamento, grazie a qualcuno che conoscete molto bene, è diventato capace di amare ed essere premuroso, ovviamente  estremizzando sempre ogni cosa, com’è nel suo carattere.

In questi 25 anni sono successe così tante cose: sono stato mollato all’altare, mi sono ubriacato e risvegliato con un ananas vicino al letto ed un tatuaggio alquanto ambiguo, sono stato attaccato da una capra, mi sono finto un veterinario andando contro i miei stessi progetti solo per attaccare bottone con una ragazza, sono stato scambiato per un attore di film a luci rosse e tantissimo altro ancora.

Ma vedete ragazzi miei, se non avrete accanto i vostri amici, tutto quello che farete non sarà mai LEGGEN… non vi muovete — sembra scontato, ma andando avanti vi renderete conto che non è affatto così, nella vita i colpi di scena sono all’ordine del giorno. Dai nostri amici possiamo imparare tanto, prendete noi ad esempio: Barney è la dimostrazione che le persone possono cambiare e che anche l’uomo più spregevole è in grado di amare; Robin prova che non è necessario essere femminile per essere la ragazza perfetta e che la forza e la fermezza non corrispondono all’insensibilità; Lily mostra come dare un buon consiglio ed esserci per chi ci sta accanto possa giovare alle persone a cui teniamo; Marshall prova come siano gratificanti la gentilezza e il garbo verso i nostri amici e amati; e infine io, Ted, sono un inguaribile romantico e voglio mostrarvi la bellezza di vivere amando. Non reprimete mai i vostri sentimenti e non perdete la speranza, perché non è mai troppo tardi per trovare l’amore! — DARIO

                                                                                       Diego Di Pietropaolo, Sophia Marucci

Pubblicato in: Attualità, dae-won

Racism against asians

Since the start of Covid-19, Asian-Americans across the Free World have been reporting increases in hate crimes and discrimination tied to the spread of the virus. Customers were denied service. Asian-American businesses have been avoided. People have been killed, assaulted. More than a year after these events started to occur, many have been left invisible, afraid to speak out about the hatred and racism they faced.

Since the start of the pandemic, hate crimes against Asians have gone up 1900%. There have been more than 2800 discriminatory and racist incidents.

In February 2021, in a span of a week, a 61-year-old Filipino man was slashed across the face, a 64-year-old Vietnamese was assaulted and assaulted, a Chinese man was robbed and later assaulted at gunpoint and an 84-year-old Thai was assaulted and killed.


The surge in hate incidents against the Asian American community really sparked last winter when Trump began scapegoating Chinese people for the explosion of coronavirus in the United States. “It gave a lot of people permission (to act on) their prejudice,” said Mabel Menard, president of OCA Chicago, a chapter of OCA, a Washington, D.C.-based nonprofit that advocates for civil rights of Asian Americans and Pacific Islanders.
Scapegoating us or labelling us “unclean” or “diseased” because of cultural differences that western culture does not understand has happened repeatedly throughout history.
Labelling us as “foreigners” or “model minorities” has always been a form of gaslighting.
The current spikes of racist attacks arose right as the community was preparing for Lunar New Year. It is time meant to be celebrated, with fortune, happiness and health.

What you can do to help?


Sign petitions to hold media outlets accountable for covering these stories


Read books
Minor Feelings
Dear Girls
Know My Name
In The Country
Arrival


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@HateIsAVirus
@asianaaf
@asianamericancollective
@asians4antiracism
@asianamericangirlclub
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Anna De Vellis

Pubblicato in: Odi et amo, Tír na nÓg

Amore tossico, cap. 1

“Cosa vuoi?” disse Ilaria.
“Parlarti” rispose Leonardo.
“Sai che non voglio, a meno che tu non voglia dirmi qualcosa in particolare”
“Non posso dirti ciò che tu vuoi sentire, non posso mentirti”
“Eppure così stai mentendo a te stesso e a me, Leo”
“Cosa vuoi saperne tu?” domandò quasi indispettito.
“So che c’è qualcosa che non ci permette di stare lontani, qualunque cosa accada torniamo sempre a cercarci”
“Ma la verità non è quella che pensi”

L’amore è così, è forte, intenso, ma anche devastante, a volte tiene due persone legate tra loro attraverso un filo spinato, che li ferisce, provoca loro gravi sofferenze, ma li rende anche dipendenti da quello stesso dolore: perché non è mai il dolore in sé, non è mai il contenuto di un messaggio, non è mai il gesto, ma è la persona da cui proviene che rende tutto speciale. È così l’amore di Ilaria per Leo, non può farne a meno, ormai brancola in quella nube di sofferenza all’interno della quale paradossalmente si sente viva e senza cui tutto perderebbe senso. Quella sofferenza, quel dolore costituiscono la fortezza del piacere di Ilaria, addentratasi in un amore tossico che ha trovato il modo di intrappolarla in una realtà malata, è consapevole che si sta facendo del male ma quello stesso dolore ha qualcosa di piacevole: Leo, è lui ad annebbiarle gli occhi, è lui l’unica ragione per cui non si redime dal sortilegio che la opprime.

L’amore fa così: quando trova un’anima fragile le si avvinghia, le sottrae ogni forza vitale, così da essere la sua unica fonte di energia. Non vi è migliore metafora di un filo spinato: le estremità le tiene Leo, che cinge Ilaria e può decidere se stringere ancora di più e quindi trafiggerla con violenza, oppure lasciarle vivere la sua vita. La vera domanda è: perché Leo non la lascia andare? Perché anche lui è coinvolto in questo sentimento morboso, lui tiene le estremità del filo ma è ne è avvolto proprio come Ilaria, è lui a decidere la loro sorte e forse Leo non stringe il filo per farle del male, forse la ama davvero, forse è solo un modo per essere legato a lei senza doverle dichiarare il suo amore.

Diego Di Pietropaolo

Pubblicato in: In cucina con Ophelia

San Giuseppe? Festeggiamolo con dolcezza!

Per celebrare San Giuseppe, preparare le zeppole è sempre un’ottima idea, soprattutto in questo periodo in cui trascorriamo molto tempo in casa.

Poiché la ricetta prevede la preparazione della crema pasticcera, non poteva mancare in questo articolo la sua versione fit, sana, leggera e versatile, oltre che incredibilmente gustosa. Semplice e veloce da preparare, ti basteranno 10 minuti per avere pronta la tua crema.

Ingredienti per la crema:

•        300 g latte vegetale o vaccino

•        scorza di 1 limone

•        1 cucchiaino essenza naturale di vaniglia

•        40 g amido di mais

•        50 g eritritolo (o altro dolcificante)

•        2 tuorli d’uovo

Procedimento per la crema:

In un pentolino metti a scaldare a fuoco basso (non deve bollire) il latte con la scorza di limone e l’essenza naturale di vaniglia; Nel frattempo, in una ciotola, mischia con una frusta i tuorli d’uovo insieme all’eritritolo fino a renderli leggermente spumosi, poi aggiungi l’amido di mais setacciato. Mischia bene con la frusta fino a quando il composto risulterà omogeneo.

Togli dal fuoco il pentolino con il latte, rimuovi la scorza di limone con un colino, e aggiungi il latte all’interno della ciotola contenente i tuorli, l’eritritolo e l’amido. Mischia con una frusta e riporta nuovamente sul fuoco a fiamma medio bassa.

Durante la cottura mischia costantemente con un cucchiaio di legno e quando il composto inizia ad addensarsi, continua a mischiare con la frusta per evitare che si attacchi sul fondo o che si formino grumi. Mischia qualche minuto fino a raggiungere la consistenza desiderata, poi togli la crema dal fuoco;

A questo punto versa la crema all’interno di una ciotola pulita, copri la superficie con la pellicola alimentare a contatto, e lasciala raffreddare a temperatura ambiente.

Sposta la crema in frigorifero e attendi 2-3 ore prima di utilizzarla. Al momento del suo utilizzo, versala in una ciotola e con le fruste mischia bene per farla tornare morbida e vellutata, pronta per essere utilizzata.

La crema pasticcera fit senza zucchero è pronta da utilizzare per farcire le nostre deliziose preparazioni!

Ma come possiamo rendere anche le zeppole abbastanza leggere? Con dei piccolissimi accorgimenti potremo avere un dolce altrettanto gustoso e soddisfacente ma con una quantità di zuccheri e grassi decisamente ridotta.

Ingredienti per le zeppole:

•        70gr di Farina d’avena integrale

•        30gr di Farina di riso

•        130ml di Acqua

•        40ml di Olio extravergine all’arancia (o classico)

•        Un uovo

•        80ml di Albume

•        20ml di Miele d’acacia

•        Un pizzico di sale

•        Mirtilli freschi

•        Zucchero a velo q.b.

•        Crema pasticcera fit

Preparazione per le zeppole:

Portare a bollore l’acqua con l’olio extravergine all’arancia, un pizzico di sale e il miele. Quindi versare la farina tutta insieme e mescolare a fiamma medio-bassa finché l’impasto non si staccherà dalle pareti della casseruola e formerà una patina sul fondo;

A quel punto spegnere il fuoco e versarlo in una ciotola per farlo raffreddare. A parte sbattere un uovo intero con 80ml di Albume, quindi aggiungerlo all’impasto poco alla volta, mescolando con un cucchiaio di legno finché non sarà assorbito del tutto;

 All’inizio sarà difficile amalgamare le uova al resto, ci vorrà un po’ di pazienza per ottenere una consistenza liscia ed omogenea. Il composto è pronto quando risulterà piuttosto fluido e cremoso;

Preriscaldare il forno a 180° e nel frattempo adagiare sulla teglia un foglio di carta forno. Versare la pasta choux in una sac-à-poche con una bocchetta a stella e formare due cerchi, uno sopra l’altro senza lasciare troppo spazio al centro (se non avete la sac-à-poche utilizzate una bustina ermetica ed effettuate un piccolo taglio sulla punta); Infornare per 30 minuti circa senza mai aprire il forno. Sono pronte quando in superficie saranno dorate. Sfornarle e lasciarle raffreddare.

Una voltra raffreddata anche la Crema Pasticcera fit, mettetela all’interno delle nostre zeppole “light”.

Concludere con i mirtilli freschi e una spolverata di zucchero a velo!!

Insalata Elena, Fiorini Elettra, Boudour Linda e Mattacola Lorenzo

Pubblicato in: poesiando, Tír na nÓg

Il desiderio da me più ambito

Il giorno in cui ti ho incontrata è stato il più felice della mia vita
Conscio di aver trovato la persona che mi avrebbe completato,
Lei che ha saputo portare sulla retta la via la mia anima ormai smarrita,
Il desiderio da me più ambito, è di essere con te sotto un cielo stellato,
Stare mano nella mano, nel piacevole silenzio d’una notte estiva,
Noi due che infondo ancora non conosciamo cosa davvero cerchiamo,
Ma sapevamo che bastava stare assieme per cancellare ogni cosa negativa,
Tutto ciò che vorrei dirti è semplicemente che
Ti amo.

— Emanuele Calicchia

Pubblicato in: NOI

Ti sei persa

Ti sei persa
in un mare di bugie.
Ti sei persa
quando hai detto
che tutto andava bene,
quando hai creduto
che tutto sarebbe andato bene.
Ti sei persa
quando hai pensato
di essere imbattibile,
quando ti sei guardata
dentro,
e hai visto soltanto buio.
Ti sei persa
quando hai preferito
restare in silenzio,
invece che urlare.
Ti sei persa
quando la voragine
che avevi dentro da troppo tempo,
ti ha divorata.
Ti sei persa
quando hai perso le tue certezze,
quando hai capito che
vivi in un mare di bugie,
in un mare di insicurezze.

Syria Costantini

Pubblicato in: Macusa

Le Streghe

Song co-reading: the elixir of life

Scope, calderoni, nasi verdi ed allungati, cappelli a punta, gatti neri e pozioni: ebbene sì ragazzi, oggi parliamo di streghe!
Nell’immaginario comune queste creature appaiono sotto forma di donne sgradevoli e dalle intenzioni poco nobili, ma come stanno le cose in realtà? Sono davvero chi pensiamo? E qual è il loro rilievo nel corso della storia?

Quercia delle streghe, Val D’Orcia

Innanzitutto esploriamo l’etimologia del termine “strega”: esso deriva dalla parola latina strix, ovvero strige, un uccello notturno presente in antiche favole che succhiava il sangue dei bambini nella culla e instillava in loro il proprio latte avvelenato. Il termine è citato da vari autori latini come Ovidio, Plauto e Plinio il Vecchio. Le testimonianze più antiche di stregoneria si fanno risalire al Codice di Hammurabi, secondo millennio avanti Cristo! Nel codice sono riportate delle disposizioni contro stregoni e maghi che hanno recato danni ad altri.
Ma troviamo maghe e streghe anche nell’Odissea e nella letteratura greca successiva, come la maga Circe che trasformava i marinai in porci e come Medea che lanciava malocchi con l’ausilio di vari intrugli.
In epoca Medievale e con l’inquisizione si parla sempre di più di streghe: è proprio in questi anni che troviamo i primi documenti contro di esse.

Canon episcopi

Il primo testo ecclesiastico che parla di streghe è il Canon Episcopi: istruisce i vescovi sul comportamento da tenere di fronte al fatto che alcune donne, in alcune notti, volassero al seguito della dea pagana Diana.

Non è quindi da considerare un testo di riferimento per combattere la stregoneria.

Malleus Maleficarum

Nel 1486, due domenicani tedeschi nominati da Innocenzo VIII inquisitori in Germania diedero alle stampe il più famoso tra i trattati sulla stregoneria: il Malleus Maleficarum (letteralmente il “martello delle streghe”). Esso raccoglie e codifica tutti i peggiori pregiudizi della cultura cristiana sulla presunta naturale inferiorità del sesso femminile, la sua mancanza di intelligenza, la sua spontanea inclinazione al peccato.

è proprio da qui che nasce l’identikit di una strega: esse erano prevalentemente donne, proprio per queste radicate credenze religiose che vedevano la figura femminile predisposta a peccare e ad avere un rapporto con il diavolo. Nel Malleus infatti si arriva a concludere che “la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile”.
E sì, queste donne erano per la maggior parte delle vecchiette: “vecchie, zoppe, mezze cieche, pallide, sudice, e piene di rughe” (sir Reginald Scot, fine ‘500).  

La maggior parte della popolazione non poteva permettersi di chiamare un medico e ricorreva a delle donne guaritrici; se fossero riuscite a guarire il malato queste sarebbero state santificate, ma se avessero fallito sarebbero state additate come spiriti malvagi. La situazione era analoga per le levatrici che accoglievano al mondo bambini nati morti, le ex prostitute, cuoche, bambinaie, donne che in genere potevano avere competenze e conoscenze particolari quali l’uso delle erbe per unguenti e rimedi. 

Hermione, Harry e Ron
Salem, Sabrina vita da strega
Golden Trio

Nonostante la sua accezione negativa, la figura della strega e del mago ha molto ispirato il mondo della televisione, dai programmi per bambini come Sabrina, vita da strega fino a film e serie per varie età (successo del momento è infatti Le terrificanti avventure di Sabrina).
Non possiamo dimenticare però i meravigliosi film ispirati ai romanzi della Rowling e la serie tv Once Upon A Time, di cui magia e streghe sono protagoniste.

Bonus

La leggenda delle bellissime streghe di Ellera ci tramanda di streghe che si diceva vivessero in una caverna sopra Ellera (frazione di Albisola Superiore, nel savonese).
Contrariamente alle protagoniste di molti racconti, queste streghe erano buone: aiutavano i viandanti che si perdevano, i bambini ammalati, allontanavano le tempeste ed erano molto amate dalla popolazione, che spesso si rivolgeva loro per chiedere aiuto.

Basilisco

Si racconta però che un terribile giorno queste vennero abusate dai soldati di Napoleone.
Da quel momento in poi le streghe assunsero le sembianze di grosse gatte selvatiche e un giorno sussurrarono agli abitanti di Ellera che, se avessero cacciato i soldati dal territorio, avrebbero trovato ogni mattina un gruzzoletto di monete sotto il cuscino.

Poco dopo l’esercito lasciò quella zona ma si narra che, a seguito degli stupri, alcune streghe fossero rimaste incinte. Dopo nove mesi, queste partorirono i basilischi che secondo la leggenda vivono ancora sopra Ellera.

Martina D’Alatri, Francesca Toti, Aurora Minnucci, Federica Tassa, Lorenzo Satta
Pubblicato in: Attualità

Crossdressing e Gender Fluid

Il termine crossdressing significa letteralmente vestire in modo opposto e identifica l’atto o l’abitudine di indossare abiti che sono comunemente associati al ruolo di genere opposto al proprio.

Il crossdressing può essere praticato da tutti, indipendemente dalla propria identità di genere e dall’orientamento sessuale; qualcuno la confonde spesso con il cosiddetto travestitismo o con la transessualità, ma il crossdressing ha un carattere neutro, privo di pregiudizi di fondo.

Il crossdressing può essere sia un tipo di abbigliamento quotidiano sia un abbigliamento d’occasione e capita a volte che i crossdresser vogliano accordare i pronomi al modo in cui sono vestiti, come ad esempio “she/her” o “he/him”.

Harry Styles

Recentemente ha fatto scalpore la copertina di ‘Vogue USA’ che ritrae Harry Styles in abiti stereotipici “femminili” contro la mascolinità tossica, diventando il primo uomo a comparire sulla copertina della rivista in 128 anni.

Questo tipo di rappresentazione non è andata giù all’autrice e opinionista Candace Owens: la conservatrice americana ha infatti criticato aspramente lo shooting per la poca virilità.
In Italia invece, nel programma ‘Ogni Mattina’, un ospite ha commentato la copertina affermando: “E’ un messaggio circense […] mi viene in mente il pagliaccio del circo”.

Il cantante, che è tra i sostenitori di un gender fluid style, nel corso della sua intervista rilasciata alla rivista ha dichiarato di riuscire a trovare sé stesso in questa dimensione e di provare gioia giocando con i vestiti.

Gender Fluid?

L’identità sessuale di un individuo (secondo la teoria Gender) non viene stabilita solamente dalla natura e dal dato biologico, ma anche dalla percezione di ciascuno.
Da questo concetto nasce il gender fluid, ma che vuol dire?
Si è gender fluid quando ci si sente rappresentanti da entrambi i generi binari, ma si rifiuta l’ideologia di appartenere all’uno o all’altro.
Non è quindi da confondere con genderqueer, che viene usato quando una persona ha la consapevolezza di non essere cisgender (classe di identità di genere in cui esiste una concordanza tra l’identità di genere e del sesso biologico del singolo individuo) ma non si vuole identificare in uno o più generi in particolare.

Alcuni personaggi famosi che hanno dichiarato di essere gender fluid sono:

Steven Tyler

”Sono stato citato erroneamente dicendo che sono più femmina che maschio.
Lasciatemi mettere le cose in chiaro: sono metà e metà”

Ruby Rose

È come se ogni giorno mi svegliassi in una sorta di genere neutrale. Alla mattina mi sveglio e non so chi sarò! […] Più rendiamo l’essere fluidi mainstream, più se ne parlerà e più accadrà, diventerà abituale, così che le nuove generazioni possano essere quello che vogliono. È una liberazione.

Jaden Smith, figlio dell’attore Will Smith, scelto come testimonial per la linea femminile di Louis Vuitton nel 2016

Non mi sento né maschio, né femmina. Penso di appartenere a una sorta di terzo genere. […] Non distinguo tra abiti da maschio e abiti da femmina. Mi sembra che la gente sia piuttosto confusa sulle norme di genere. Mi sembra che le persone non ci capiscano molto. Non dico che invece io le capisco, dico solo che non ho mai visto una reale distinzione.

Alcuni invece hanno dichiarato semplicemente di non sentire il bisogno di definirsi, come Lily Rose Depp

Se ti piace una cosa un giorno bene. E se il giorno dopo ti piace qualcos’altro, va benissimo. Non devi etichettarti, perché nulla è scolpito nella pietra, è fluido.

Giulia Viti